Manifesto

PICCOLA APOCALISSE DI IRENE

dedicato all’attore dagli occhi verdi

delimitare l’abisso con parole lucenti” E. Jabès 

Qui si documenta la caparbia volontà di ripensare l’esserci al mondo, questo estenuante disastro. Esserci con ebbrezza, anche se sfiga vuole in compagnia di uomini neri. Qui si attesta il caos primigenio, che riferisco senza avere visto. E infine si sostiene la bellezza tentatrice.
Non ho angeli al mio servizio. Ho solo questa mia furia presuntuosa, che mi travolge. E questa fica immonda, profumatissima di sangue. Non credete in me; dubitate, dubitate, dubitate. Giacché non vado al passo con la moda, certifico che di tutte le idee, di tutte le tradizioni, di tutte le azioni è da conservare soltanto ciò che si è messo da parte. E se il tempo non mi darà ragione, tanto peggio per il tempo.
Qui, in piena ubriacatura, stabilisco che l’essenza medesima di ciò che è, di ciò che era e di ciò che sarà, risiede nella corrosione dell’obbligazione sociale, in questa inquietante sottomissione dell’umano all’utilitarismo. Sono testimone infedele di questo macchinario. E i re della terra – e tutti i loro sudditi devoti – non possono che fornicare con la sintassi di questo irrequieto far di vita altrui strumento.
A colui che mi ama, dico solo di non liberarmi dal peccato; dico: pecca ancora con me, è divertente. Io mai sarò sacerdotessa del privilegio della castità. Prosit.

Qui, da questa arca che vacilla senza giustizia, dico: merda sull’ordine del mondo.
Sì, a piena voce dico: merda!
Io sono l’Antitesi e l’Orgasmo, riluttante ad esplodere per il conto in banca.
Io, amante generosa delle fanciulle e dei maschi vigorosi, compagna dei segregati e delle frenesie utopiche, nel guasto del mondo e nella morsa della palude, mi trovavo accanto alla figura dolcissima d’un bruno ricciolino, abitante casuale del fango in questa città sepolta. Rapito dalla di lui bellezza, in un giorno qualunque di febbraio, udii la sua voce potente, come di cacofonico abisso, che diceva: Evoca il mio corpo, scrivi del mio sesso immenso, espandi il mio desiderio, rendi solido il mio godere: nessuna donna mi sia più grata di te a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo …
Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che parlava, vidi un favoloso imballaggio di muscoli, un silenzioso e fascinoso uomo laico, popolare, d’asfalto. I capelli avevano tracce di liquami, come se fossero appena usciti da un disastro ecologico. Aveva un occhio solo, turbinante di fiamma; l’altro era un foro nel viso, pieno di muffa. I piedi erano sporchi e infetti, sembravano ricoperti di sterco di cavallo. La sua voce era un arcipelago di suoni caparbi, allegorici suoni di tenebra e dolcissimi a tratti. Nella mano destra teneva il suo fallo smisurato, dalla bocca gli usciva un poema urbano, come un labirinto di frammenti, e il suo volto somigliava al mio in un pomeriggio di lirismo senza lira.
Appena lo vidi, sognai nuove cartografie erotiche. Posando su di lui le labbra, gli dissi: Il mio corpo è una tomba calda; aprila e sarò per te la prima puttana e l’ultima moglie e l’unica che ti farà trasalire di piacere. Lui era vivo, ma dopo quelle mie parole ha cominciato a morire e a inoltrarsi dentro la mia tomba pelosa, redigendo un nuovo manuale illustrato del sesso. Ecco, da questa visione in avanti ciò che ero cambiò in ciò che sono, corpo estasiato che si prepara ad essere ciò che sarà tra le braccia di quell’uomo, unico altare cui possa inginocchiarmi. Questo è il mio senso; et je dis tout lentement: Sarai il mio angelo, facciamo frappé dei nostri demoniaci corpi.

E cominciai a gridare al vento.
Ecco, amore mio essenziale, tu che sei tutte le donne e tutti gli uomini di Èfeso ascolta.
E così parlai a Colui che tiene la statuetta del Santo Pene nella sua mano destra e cammina con i piedi infetti e sporchi e che per occhio ha una cicatrice – parlai sapendo di parlare a tutti. Conosco la vostra fatica e la vostra costanza nel farvi macchine al servizio di ciò che mai vi apparterrà, per cui sopportate le peggiori pene; conosco molti di voi come bugiardi, apostoli dell’orrore assoluto del lavoro sotto padrone. Senza fiatare vi auto-condannate al giudizio finale e continuate a edificare questo regno che è guasto in tutta evidenza. Avete abbandonato l’amore per voi stessi, e perciò vi rimprovero. A ognuno di voi dico: se non ti rialzi con le tue stesse mani, ben venga la tua rovina! Non c’è salvezza se non in te stesso. Hai scelto tu di pullulare nelle tenebre? Se sì, sia fatta la tua dissoluzione. Se altri hanno invece scelto per te, allora distruggi: far tabula rasa è necessario.
Chi ha orecchi, ascolti ciò che la Catastrofe dice agli umani: è vostro dovere profanare ciò che vi fanno venerare, giacché, come disse il profeta Caraco, senza profanazione il mutamento non mette radici.

Ecco, amore mio abbagliante, alle donne e agli uomini di Smirne dico:
Così parla la prima puttana e l’ultima moglie, che in vita si è infettata di legittima catastrofe: conosco la vostra miseria e so che sono i mercanti e i preti a rendervi schiavi. Alcuni di voi, i più amati dal mio occhio rovesciato, hanno fatto tempesta del loro sangue in tumulti contro le sinagoghe della merce, contro le cattedrali della sofferenza, contro le moschee della guerra: ecco, lo sbirro sta per gettare alcuni di voi in carcere, per offrirvi una falsa redenzione. Ad ognuno di voi dico: Devi ricordarti della tua stessa cospirazione come l’unica eccezione di libertà consentita, con ironia e con poesia. Cadrai davanti ai depositi della mercanzia e la tua morte sarà un germe di altra vitalità.
Chi ha orecchi, ascolti ciò che la Catastrofe dice agli umani: il vincitore di oggi sarà lo sconfitto di domani.

Ecco, amore mio spaesato, alle donne e agli uomini di Pèrgamo dissi:
Così parla Colei che ha tra le mani il suo trastullo godereccio: che il vostro corpo diventi un terreno di libertà; tenetevi saldi alle vostre carni e non rinnegatene i piaceri più segreti e esagerati. So che vi piace; tuttavia so anche che, spesso, cadete nelle trappole dei tabù millenari e rinnegate i vostri desideri, dimorando in una alienazione che vi definisce domestici assurdi della privazione. Ed è per questo che vi rimprovero: vi siete fatti seguaci del voyeurismo mercantile, immolando le vostre carni vogliose al rispetto del sabato sera, anziché abbandonarvi alle delizie della fornicazione continua. Così pure, molti di voi, in seguito all’equivoco della fede, immolano la loro presunta potenza alla dottrina della rinuncia alle beatitudini immonde della carne. Ad ognuno di voi dico: Ravvediti dunque, altrimenti morirai sotto gli spasmi atroci del rimorso, senza avere assaggiato la verità della fellatio e il giudizio del cunnilingus.
Chi ha orecchi, ascolti ciò che la Catastrofe dice agli umani: niente è più delicato di una fica messa alla prova, niente è più straordinario di un pene che si confida. Scrivi il tuo corpo superbo tra le pagine bianche d’un altro individuo; uomo o donna, che importa?

Ecco, amore mio zozzissimo, alle donne e agli uomini di tutte le regioni dissi:
Così parla Colei che vive nella burrasca, figlia della Catastrofe e pronta a fare macello. Conosco il bordello, i cessi di stazione, i vermi, lo sperma, il mestruo e so che le opere fetide, di solito in brandelli, sono migliori di quelle carine e ben levigate. Ecco, ho da rimproverarvi che vi lasciate raggirare con troppa semplicità da chi si spaccia per artista e vi seduce con opere melense e senza orrore, inducendovi a confermare ciò che siete, ossia, come disse il profeta Caraco, a sopravvivere in un aborto perpetuo. Io vi consigliai, in tempi non sospetti, la lettura di quell’osceno e proprio per questo grandioso poema Le con d’Irène (trad. “la fica di Irene”) di Louis Aragon, così da ravvedervi in favore della dissolutezza vitale e della perdizione nel sesso libero. Ebbene, quelli di voi che leggevano preferirono le falsità d’una Melissa P., gli altri insegnavano a se stessi lo squallore del porno alienante, dove il godimento, più che per se stessi, è per la telecamera. Colpirò con la mia forchetta queste piccole infermità e tutti sapranno che io sono Colei che guarda dallo spioncino i fermenti dei corpi, per vedere come potrò insegnare agli umani l’importanza basilare del corpo desiderante, per poi diffondere il trionfo del vagabondaggio erotico senza possesso. A voi, donne che vagate timide, dico questo: tenete ben saldo il membro e non vi complicate l’esistenza con le smancerie della fecondazione; mentre agli uomini dico: l’esperienza intima del corpo altrui è questo grande processo di tensione alla libertà, la violenza lasciatela alla genesi del mondo.
Ad ognuno di voi, dunque, senza l’autorità totalitaria del Padre o del Dio, questa insorgenza chiamata Catastrofe dice:
rifiuta la Patria dell’amore felice, metti a morte
la conquista e la guerra per il possesso. Vuoi
il mio fiore? Questo fiore fatto di carne,
rosso, invitante? Afferralo, stringilo,
toccalo, divoralo. Attento, però:
è un fiore indigesto; appena lo tocchi
si sfalda, e tu
            non sei più tu.
            Prosit.

Imbarazzato, lui continuavo ad ascoltare quanto io dicevo e nell’essenzialità del suono, anche con sgomento, dubitava ch’io potessi dare forma di scrittura a quel flusso verbale.
Ascolta, amore mio dimenticato: 
Così parla Colei che nulla possiede, che ha ridotto l’Anima e l’Io al silenzio definitivo: Ti conosco, mascherina; ti credi vivo e invece sei morto. Resisti al fascino ingannante delle frasi fatte, sempre nascondono un’agonia. Ogni parola è una trappola; in essa può crescere solo l’equilibrio abietto della menzogna. Ricorda pertanto, o tu che ti spappoli, di verificarla, misura quanto di lei è essenziale e cosa in realtà – al di là dunque di ogni maschera – essa voglia veramente significare, perché se non sarai vigile lei farà di te una forma di schiavitù. Ogni parola sia per te una rivoltella pronta a farti saltare le cervella; davanti ad essa devi scegliere. Se non ci fosse questo scetticismo, i cimiteri delle coscienze non potrebbero contenere tutti gli sventurati. Il peggio non è l’incomprensione o la difficoltà di attuare la verifica; il peggio è essere schiacciati dalle parole, flagellati dal loro senso segreto, sorridere della loro noiosa logica. Chi ha orecchi, ascolti l’ebbrezza della parola che si fa Catastrofe. Ecco, amore mio scettico e misterioso, ascolta:
ogni parola è caos, dentro c’è il mondo immenso.
E così tirala fuori come un frastuono sordo:
deve pur significare qualcosa.
Comincia a parlare, devi farcela.
Sì, sino all’ultimo giorno.
Troncala, ribaltala,
spezzala, falla precipitare, ascoltala
con pudore. Ogni argomento
è una trappola, ed è nutrimento.
A colpi di glottide, espelli
da te la sua vacuità, deridi
chi la degrada a puro effetto vocale.
Ogni parola, anche la più insignificante,
ti sta nascondendo qualcosa.