L’impensabile può accadere in un istante. Alle due del mattino ricevo una telefonata: prova ad avvicinarti – dice una voce maschile; sono qui dietro, tra la sabbia e il vetro, là dove il mare favorisce la fioritura. E' la voce di un uomo mai dimenticato. Dove sei? – dico io agitata. Sotto casa tua; sei sola? – aggiunge. Certo, sali. Avevo bisogno di rilassarmi; tremavo. Per mesi mi sono persa nel suo ricordo, ora che quell’uomo privo di radici era qui, a un passo da me, ne avevo paura. Potrò nutrirmi del suo tronco improvviso? Ad occhi chiusi mi lavo quel che riesco, tesa e con il presentimento che avrebbe rinunciato ancor prima di giungere alla porta. E difatti il telefono risuonò in questo luogo senza importanza, in questo non-luogo in cui stavo dissimulando la mia estraneità alle cose del mondo. Alzo la cornetta come terrorizzata; non essere spietato, penso. Hai da bere? – dice lui. Da bere? Quanto ne vuoi, ma spicciati, l’attesa mi sta corrodendo. Tranquilla, Irene, sono nel punto esatto dove la soglia abbraccia il silenzio; il tempo di scavalcare le sabbie mobili del marciapiede e sono nel luogo dove mi hai atteso. Mi affaccio alla finestra e vedo il nulla; è uno scherzo, penso. Lui è lontano e sta verificando le mie reazioni. Tra stupore e eccitazione, sento dei passi sulle scale: allora è qui, sta per apparire come punto illuminato al centro del cerchio, come mano salutare. Affrettati, l’attesa mi sfianca; e ogni pensiero mi avvicina all’indiscreto fascino dell’ossessione. Altri passi, e i miei capezzoli reagiscono e le mie aureole svelano l’abbaglio che attendo. Apro e lo vedo. Devo farmi perdonare il lungo esilio – dice prima di entrare e porgendomi un pacco. Tu sei un legame che svanisce – dico chiudendo la porta; la tua bellezza crudele non può che escludermi. Ma quando, dopo una ricerca eterna, ti ritrovo, la promessa perpetua che ci siamo fatti assume la forma di un’oasi nel deserto. Mentre dicevo questo estrassi il suo pene dai pantaloni, portandomi col viso nei suoi pressi. Ciò che possono i tuoi occhi è rendere il deserto un immenso mare – dissi guardandolo negli occhi e sentendo il piacevole contatto con la pelle vellutata e morbida del sue pene. Mi hai sedotto col colore dei tuoi occhi, ma anche col tuo fusto affidabile; toccarti è tutto, non c’è parola che basti. Ogni origine è nel corpo – dice lui; ogni consumazione, ogni filosofia, ogni condanna, al pari di ogni liberazione è nel corpo che si fonde con un altro corpo, chiarendo a se stesso ciò che è, insieme, unico e collettivo; ogni corpo è la fonte dell’ebbrezza conoscitiva, della passione travolgente, della disperazione che vuole trasformare; è la generosità del corpo a farci simili. Una goccia trasparente compare dalla punta del pene. Le sue mani stavano scacciando ogni malinconia dai miei seni, ormai eretti con gratitudine. Posai la punta della lingua sul prepuzio, assaporando il gusto salato, e leggermente amaro, del liquido intimo e caldo. Circondai il prepuzio sopra il glande con la mano e introdussi delicatamente la punta della lingua, della mia lingua per troppo tempo in esilio, della mia lingua disabituata a questa condivisione; compiendo un leggero movimento rotatorio con la mano sperimentai la poesia dell’attimo. Lui stava accarezzandomi le gambe e divaricandomele. Così sei più vicina al cielo – disse; questa è la mia promessa; questo atto è il sigillo, o la chiave per rimettere tutto in questione. Non capivo il senso di ciò che diceva; mi lasciai parlare dal suo corpo e ogni dettaglio, anche il più invisibile, mi sembrava una visione sorgiva, e questo mi bastava. Le sue dita accarezzavano il mio inguine, separando le piccole labbra con la sapienza di un profeta. Avevo ormai tutto il suo pene in bocca e i seni rigidi e mi sentivo bagnata e piena come un’utopia, non più quel vuoto che ero sino a un’ora fa, quel vuoto pieno della sua assenza, ma lo stupore della totalità. Il gusto salato di quella goccia iniziatica di sperma mi riempiva: dunque il mondo inizia così – dico ad alta voce, contratta ma chiara; il mondo inizia da questo incontro sovrano, goccia di uomo e goccia di donna a fare la partenza, senza l’inganno di un dio; all’inizio c’era questa somiglianza tra gocce diverse, Adamo ed Eva raggianti. Noi siamo questo abbozzo – disse lui accarezzandomi la fica ormai umida per le carezze; noi siamo questa assenza di ostilità, a dispetto di ogni proibizione. Guardai prima i suoi occhi verdi, immensi d’ignoto, poi il suo pene ormai violaceo, poi mi lasciai penetrare come se fosse la prima volta, offrendogli il mio sesso come si offre una mela nel paradiso terrestre. Potrò conservare ciò che mi offri? – dice lui pompandomi profondamente e con lentezza straordinaria. Potrai fecondarmi ogni volta che vorrai – dico io allargando le gambe. Sentivo l’orgasmo vicino e sentivo il suo membro rigido piantare le sue radici dentro di me; chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare dal ritmo, musica senza significato rigonfia d’illimitato senso. Curva sotto il carico di quella gioia, andai incontro alle sue spinte, agevolandole e rendendo facile l’avvicinamento al mio centro vitale, utero arato pronto per il suo seme, che giunse presto, come fiotto caldo, insieme alle mie contrazioni orgasmiche. Presi il pene molle in bocca, come ubriaca; questa totalità abusiva è un sogno o il risveglio? – dissi. Resterà per sempre il tuo sogno – disse lui; e sarà a volte il tuo risveglio. La mattina dopo, lui non c’era più. Le macchie sul lenzuolo testimoniavano della sua venuta reale. In bagno, attaccato allo specchio, un biglietto: Nessun compromesso è possibile. La vita non concede tregua. Tu aspettami sulla soglia; di notte, quando meno te lo aspetti, io sarò di nuovo lo sguardo più tenace, l’ipotesi più nutriente, la domanda più serena, per quanto anche la risposta più oscura. Aspettami, tra breve sarà per sempre. Brutto stronzo – dico io; adorabile, dannato, incomparabile e amatissimo stronzo.