Archive for April, 2006

Elena

April 15, 2006

Elena che è l’opposto, che è la nemica sconvolgente e seducente, che è l’alternativa essenziale, che è assassina di uomini, Elena dagli occhi di vacca, che smuove il mondo, che è la causa della distruzione di Troia, che è il dissolvimento di tutti gli orizzonti, di tutte le soggettività, che è il rovesciamento di prospettiva, una sorta di mostro alato dal petto e dal volto di donna, Elena che può essere spacciata tout court per la dimensione della profanazione, che è appunto radicale, mostro rappresentato con artigli da rapace e volto inequivocabilmente femminile, mitica figura di comportamenti, di pensieri, di azioni, di decisioni e di scelte femminili, in grado di spostare equilibri, di scatenare conflitti, di amare generali, di essere lapidata, libera di distinguersi, non persuasiva, Elena che non fa l’elogio del potere, il cui volto sfigurato è l’immagine dell’anima, dolce e minacciosa, Elena limacciosa, con la voce dell’innamoramento, fuggita verso Troia seguendo l’amante, non rapita, quindi, ma sedotta dai modi gentili di un uomo, Elena che ha scelto di abbandonare tutto ciò che aveva, che è perciò lo scandalo più completo del mondo in cui viveva, che è lo scandalo indispensabile, lo scaldalo privo di prezzo, libero scandalo in società primitiva, Elena che è anche capacità di azione sul reale, una sorta di follia che risveglia l’eros come passaggio da corpo a corpo, come incontro nel corpo-a-corpo, al di là di ogni tòpos letterario, Elena che afferma il carattere trasformativo dell’amore, Elena che.

Partiti per non partire

April 9, 2006

L’impensabile può accadere in un istante. Alle due del mattino ricevo una telefonata: prova ad avvicinarti – dice una voce maschile; sono qui dietro, tra la sabbia e il vetro, là dove il mare favorisce la fioritura. E' la voce di un uomo mai dimenticato. Dove sei? – dico io agitata. Sotto casa tua; sei sola? – aggiunge. Certo, sali. Avevo bisogno di rilassarmi; tremavo. Per mesi mi sono persa nel suo ricordo, ora che quell’uomo privo di radici era qui, a un passo da me, ne avevo paura. Potrò nutrirmi del suo tronco improvviso? Ad occhi chiusi mi lavo quel che riesco, tesa e con il presentimento che avrebbe rinunciato ancor prima di giungere alla porta. E difatti il telefono risuonò in questo luogo senza importanza, in questo non-luogo in cui stavo dissimulando la mia estraneità alle cose del mondo. Alzo la cornetta come terrorizzata; non essere spietato, penso. Hai da bere? – dice lui. Da bere? Quanto ne vuoi, ma spicciati, l’attesa mi sta corrodendo. Tranquilla, Irene, sono nel punto esatto dove la soglia abbraccia il silenzio; il tempo di scavalcare le sabbie mobili del marciapiede e sono nel luogo dove mi hai atteso. Mi affaccio alla finestra e vedo il nulla; è uno scherzo, penso. Lui è lontano e sta verificando le mie reazioni. Tra stupore e eccitazione, sento dei passi sulle scale: allora è qui, sta per apparire come punto illuminato al centro del cerchio, come mano salutare. Affrettati, l’attesa mi sfianca; e ogni pensiero mi avvicina all’indiscreto fascino dell’ossessione. Altri passi, e i miei capezzoli reagiscono e le mie aureole svelano l’abbaglio che attendo. Apro e lo vedo. Devo farmi perdonare il lungo esilio – dice prima di entrare e porgendomi un pacco. Tu sei un legame che svanisce – dico chiudendo la porta; la tua bellezza crudele non può che escludermi. Ma quando, dopo una ricerca eterna, ti ritrovo, la promessa perpetua che ci siamo fatti assume la forma di un’oasi nel deserto. Mentre dicevo questo estrassi il suo pene dai pantaloni, portandomi col viso nei suoi pressi. Ciò che possono i tuoi occhi è rendere il deserto un immenso mare – dissi guardandolo negli occhi e sentendo il piacevole contatto con la pelle vellutata e morbida del sue pene. Mi hai sedotto col colore dei tuoi occhi, ma anche col tuo fusto affidabile; toccarti è tutto, non c’è parola che basti. Ogni origine è nel corpo – dice lui; ogni consumazione, ogni filosofia, ogni condanna, al pari di ogni liberazione è nel corpo che si fonde con un altro corpo, chiarendo a se stesso ciò che è, insieme, unico e collettivo; ogni corpo è la fonte dell’ebbrezza conoscitiva, della passione travolgente, della disperazione che vuole trasformare; è la generosità del corpo a farci simili. Una goccia trasparente compare dalla punta del pene. Le sue mani stavano scacciando ogni malinconia dai miei seni, ormai eretti con gratitudine. Posai la punta della lingua sul prepuzio, assaporando il gusto salato, e leggermente amaro, del liquido intimo e caldo. Circondai il prepuzio sopra il glande con la mano e introdussi delicatamente la punta della lingua, della mia lingua per troppo tempo in esilio, della mia lingua disabituata a questa condivisione; compiendo un leggero movimento rotatorio con la mano sperimentai la poesia dell’attimo. Lui stava accarezzandomi le gambe e divaricandomele. Così sei più vicina al cielo – disse; questa è la mia promessa; questo atto è il sigillo, o la chiave per rimettere tutto in questione. Non capivo il senso di ciò che diceva; mi lasciai parlare dal suo corpo e ogni dettaglio, anche il più invisibile, mi sembrava una visione sorgiva, e questo mi bastava. Le sue dita accarezzavano il mio inguine, separando le piccole labbra con la sapienza di un profeta. Avevo ormai tutto il suo pene in bocca e i seni rigidi e mi sentivo bagnata e piena come un’utopia, non più quel vuoto che ero sino a un’ora fa, quel vuoto pieno della sua assenza, ma lo stupore della totalità. Il gusto salato di quella goccia iniziatica di sperma mi riempiva: dunque il mondo inizia così – dico ad alta voce, contratta ma chiara; il mondo inizia da questo incontro sovrano, goccia di uomo e goccia di donna a fare la partenza, senza l’inganno di un dio; all’inizio c’era questa somiglianza tra gocce diverse, Adamo ed Eva raggianti. Noi siamo questo abbozzo – disse lui accarezzandomi la fica ormai umida per le carezze; noi siamo questa assenza di ostilità, a dispetto di ogni proibizione. Guardai prima i suoi occhi verdi, immensi d’ignoto, poi il suo pene ormai violaceo, poi mi lasciai penetrare come se fosse la prima volta, offrendogli il mio sesso come si offre una mela nel paradiso terrestre. Potrò conservare ciò che mi offri? – dice lui pompandomi profondamente e con lentezza straordinaria. Potrai fecondarmi ogni volta che vorrai – dico io allargando le gambe. Sentivo l’orgasmo vicino e sentivo il suo membro rigido piantare le sue radici dentro di me; chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare dal ritmo, musica senza significato rigonfia d’illimitato senso. Curva sotto il carico di quella gioia, andai incontro alle sue spinte, agevolandole e rendendo facile l’avvicinamento al mio centro vitale, utero arato pronto per il suo seme, che giunse presto, come fiotto caldo, insieme alle mie contrazioni orgasmiche. Presi il pene molle in bocca, come ubriaca; questa totalità abusiva è un sogno o il risveglio? – dissi. Resterà per sempre il tuo sogno – disse lui; e sarà a volte il tuo risveglio. La mattina dopo, lui non c’era più. Le macchie sul lenzuolo testimoniavano della sua venuta reale. In bagno, attaccato allo specchio, un biglietto: Nessun compromesso è possibile. La vita non concede tregua. Tu aspettami sulla soglia; di notte, quando meno te lo aspetti, io sarò di nuovo lo sguardo più tenace, l’ipotesi più nutriente, la domanda più serena, per quanto anche la risposta più oscura. Aspettami, tra breve sarà per sempre. Brutto stronzo – dico io; adorabile, dannato, incomparabile e amatissimo stronzo.

Incubo

April 6, 2006

Sono la donna del tuo sogno, sono la donna-miraggio, spirito caldo e corpo virtuale, sono la figura dell’azzardo, la falsa testimonianza resa a tua moglie, sono l’ironico angelo della notte, sofisticato, senza grilli nella testa, io sono il tuo madrigale, donna-cagna obbedientissima, pronta a calarsi le mutandine e farsi penetrare, sono la tua donna viscerale, che mai oppone resistenza, tu sempre vincitore in prossimità del mio fiume, io la donna-scolo, la donna-girandola, col bellissimo fondoschiena che è un’aspra avventura, tutta gemiti e sibili d’amore e capace di risucchiarti nel mercimonio della carne, donna-roditore, inesistente eppure così presente, donna dalla sintassi breve e non lineare, e se mi sogni con i seni mozzi, o con le braccia tanto lunghe da toccar terra, o sul balcone appesa a testa in giù e intenta a bere la mia stessa piscia, se mi sogni dietro piatti e pentole o a volteggiare in palestra, o a scarabocchiare dialoghi solitari in francese, donna-matita senza struttura che si tiene, dotata di un corpo curioso, spettinata, io dolce chimera sognata, se sogni il mio corpo minuscolo e il mio aspetto mostruoso e allo stesso tempo affascinante, donna ambigua dai lunghi capelli neri, dall’aspetto fiero, se dunque mi sogni come leonessa sempre pronta ad assalire ogni cosa in movimento, donna-storia, gelida landa inattraversabile, e con la pelle vellutata ricoperta da folta peluria, tanto che ogni carezza che mi dai nel sogno, ogni tua carezza celebrale, ti dà i brividi, o se mi sogni con l’alito infuocato, come vomitassi fiamme, io con la mia bellezza assurda, se sono il tuo sogno vano, amante terrorizzante o regina senza corte, sempre colpita da mille frecce e sempre pronta a rialzarmi, io sognata torcendomi in spasimi atroci, in preda a un male sconosciuto, piena di luce e di dolore, fiera nonostante la sconfitta, col mondo intorno a rovesciarmi addosso l’incandescenza del suo guasto, costretta a una civiltà che è aggressione, se nonostante tutto ciò mi sogni piacevole, bella come un grappolo d’uva maturo, donna multicolore ornata di una bocca gaudente, sublime quanto il mio buco del culo, se mi sogni come un fiore, come un fiore nel macello, come un fiore altero, come un fiore segreto da regalare, come un fiore che emana un profumo d’abisso, arcaico, poco lirico, attraente e pieno di sgomento, come un fiore di carne, rosso e inimitabile, se mi sogni traboccante di vita, pallida, gioconda, e di un erotismo che crea scompiglio, se mi sogni desiderata da molti, sempre sulla bocca di tutti, ma mai cercata per davvero, visto che tutti si scostano al mio passaggio, visto che tutti mi fischiano dietro poi cercano la tranquillità tra le gonne ombrose e spente delle mogli, delle sacre mogli tradite con amanti occasionali, delle figlie-bambine portate a letto nell’omertà della famiglia tutta, della famiglia-carcere, forma feroce della sottomissione, ecco, se mi sogni annaspando ubriaca di gioia, allora il tuo sogno è un incubo.

Lettera privata

April 5, 2006

Questa lettera è il mio fardello che si libera; spero non diventi il tuo dispiacere. Riesco a scriverti solo ora, dopo tre giorni passati a casa dei miei genitori; sto recuperando equilibrio e la forza giusta per appartenere di nuovo al consorzio umano. Sono rimasta lì, nella mia vecchia stanza, immobile, senza neanche mangiare; soltanto quando ho sognato i tuoi occhi navigare allegri nella pioggia ho fatto rotolare lontano ogni amarezza, riprendendomi ciò che mi spetta: la precisione abbagliante della mia vita, la mia solidarietà col mondo, la mia vicinanza agli altri. Perdonami se tardo nel confidarti quanto mi è successo. Ho rigato l’integrità dell’esistenza, amore mio; ho sentito la morte mormorare placidamente dentro di me; con un gesto vibrante ho macchiato la gioia di vivere con l’espulsione di materiale deciduo-ovulare. Aborto spontaneo, ha sentenziato il medico. Era un piccolo embrione di cinque settimane; l’ho espulso come grumo fatto di sangue e placenta, senza commuovermi e senza dolore, senza parole per dirlo. Non c’era ragione di fare test di gravidanza o ecografia; tutto mi pareva in ordine, preservativo compreso; e mi è già successo diverse volte di avere un ritardo mestruale. Eri tu il padre dell’abbozzo di bimbo che si era insediato in me. Per qualche strana congiuntura, o per una nostra leggerezza inaudibile, lo abbiamo concepito a Piacenza. Ho un ricordo chiaro di quel momento. Il tuo sperma ha fatto vibrare esageratamente la mia anima. Quella vampa era una profezia. Nessun preservativo poteva contenerla. Il tuo seme ha festeggiato nelle mie strade tremanti, fino all’istante preciso in cui l’ardore condiviso ha dispiegato un’altra sembianza, piccolo continente di sogni colorati; i gemiti dell’orgasmo erano le sonorità di una prospettiva di vita. Non rimane altro che gioire per la fecondità. Il nostro amore è una confusione fertile; posso chiedere di più?

PS: Avrei abortito lo stesso, volontariamente.

PS II: Presto riprenderò il percorso nei luoghi oscuri del desiderio, anche se non interessa a nessuno. Presto farò parlare il mio libro, questo luogo denso in cui il mio balbettio cerca le sue domande. Presto mi sciuperò di nuovo tra le braccia di un uomo. Sarai tu?