Un sogno di ghiaccio

March 31, 2006

E infine, nella mischia dei corpi, m’esce uno spavento umido, incerto era il mio silenzio, e il silenzio era orrendo. E infine, nella stanza lunare, avvenne un crollo, e pesante fu la caduta. E infine, con sibilo orrendo e interminabile, il pavimento senza tregua si avvicinava al viso e un risucchio gelido, senza tregua, m’attirava in un abisso polare. E infine, guardando attorno a me, guardai la polvere dei morti e i secoli di neve, poi un orso, bianco come un continente, che pescava piccole nubi spumeggianti. E infine, avanzando lo sguardo nella profonda lacerazione, una distesa senza fine, bianca come un continente bianco di ghiaccio, si affermava preoccupante, senza tracce sulla neve, senza fiamme ristoratrici. E infine, nella mia consistenza nuda, guardai la neve nuda come un bambino di smeraldo e i miei polpastrelli gelati, senza ferite apparenti, senza lingua, guardavo muta come dentro un sepolcro di ghiaccio, muta come una parola senza verità. E infine, piuttosto placido, vidi un veliero fatto con le ossa dei morti, perseguitato dal crepuscolo fuggiva finché fu inghiottito, senza carezze, dal cielo potente. E infine, nel candore sempre più universale, seduto su una lastra in balia delle onde, vidi un uomo dagli occhi verdi, mentre versava nel diffuso chiarore piccole macchie di rosso, come sporcando l’uniformità del paesaggio, vidi un uomo vestito da tartaruga e col la testa di cammello mentre inventava incanti silenziosi e che rovesciò sulla neve, atteggiandosi da attore, un addio sciocco. E infine, con le labbra secche, e senza capacità analitica,  provai a sbucare fuori da quell’addio, cercai uno squarcio, o la madre di tutte le domande, trovando soltanto una neve storica. E infine, nel tessuto increspato dello stereotipo glaciale, dentro un abuso luccicante, portai avanti le braccia, cercando di prendere l’eco di una uscita, affidandomi a una strana forza, come dell’origine-nausea, che trovai nel mio corpo coperto di neve. E infine, cercando di non bruciare per il gelo, raccolte tutte le cose che non avevo, abbracciai l’ultimo vento possibile e diventai fiocco, eroico fiocco di neve, prendendo la forma della deriva definitiva. E infine, senza prospettiva, sballottata di qua e di là, e smettendo di oppormi al gelo, catturata definitivamente della catastrofe, mi abbandonai alla deriva, infedele alla sua legge. E infine, distogliendo lo sguardo dalle conche ghiacciate, vidi il sole, lontano, inaudito, radicale, e cominciai infine a indicarlo come frutto proibito: e infine qui è il mio piacere, sempre dentro i flutti della deriva, a indicare ciò che ancora non è.