Questo è solo un gioco, è scrittura inutile, per niente e per nessuno. Questo è solo un esperimento. È stato progettato perché serva da base per scritture future. Questo è stare sul bordo. Smarrita, al crocevia delle correnti, guardandomi in questa cavità coperta di peli, ne ho tratto un esercizio auto-masturbatorio, letteratura tanto inevitabile quanto senza profitto. Scrivere è un piacere fine a se stesso; e la scrittura si nutre soltanto di sé. Prosit.
Colma di fecondità, accolgo l’abbaglio altrui, acquietando il desiderio fino al punto esatto in cui sorge di nuovo; cominciamo, mio compagno silenzioso, è l’ora giusta. In questa infermità donarsi è un bel piacere, è andare dentro lo strappo, è ricomporsi; addolcir le voglie affondando nell’atto che avviene è ardere senza imperio, e l’amore non è che una parola; è abitarsi reciprocamente senza invadersi. Una suora si innamora del prelato; in rima canta un’antica canzone: “amor mio non dormire / amor mio inabissati / nel cor mio”; lui non capisce, ma arde ugualmente, leggiadro; favorito dalle circostanze (lei stava ora nel confessionale), andò sicuro con la mano sotto i pantaloni e toccò il perno selvaggio e rigido; esordì anche lei, consumandosi ansimando, dall’altra parte; la fine di questa avventura è la solita: lei apre la veste e incunea il dito nella fossa e arde in seno il fuoco in excelsis, lui avvolge il membro con mano forte; senza tregua di sospiri, in balia al peccato – ah, ma quant’è piacevole ‘sto peccato! – i due battono le ali della vita senza dirsi una parola.
Guardati allo specchio, Irene, cerca ciò che non sei. Guardati nel petto, tocca in quella nicchia il grande torto. Ma è ben difficile, Irene, avere pietà di te stessa. Guarda la macchia che dilaga sul pavimento; resisti al sangue che ti esce dalle vene, Irene. Ti cresce il cancro dentro, Irene; trasformalo in ballo. Hai spilli sul petto, un’ombra appesa al seno, hai gli occhi socchiusi e non vedi l’emorragia, non vedi la caduta, senti però il dolore acuto e gli occhi roteare. Le mutandine sono piene di sangue, Irene. Apri gli occhi e svegliati; guarda con calma l’agenda e chiama il dottore, il terreno è pieno di sangue. Consacra quel numero col telefono, diserta dagli effetti collaterali, appoggiati contro lo stipite e componi ‘sto cazzo di numero, presto Irene. Troppo tardi: sei svenuta. Stai tranquilla, non è ancora tempo per morire. Un aborto spontaneo, Irene. Eri avvolta da un’altra vita senza neppure saperlo.
Nessuna parola, in suono e senso, è mai se stessa. Questo è meraviglioso. Ogni parola è mutamento. Il panorama che propone è sfuocato, attestandosi sempre, la parola, sul bordo di se stessa e di ciò che la trascende: e ogni parola non basta mai (confonde, più che decifrare). Il balbettio, l’afasia, l’incompiuto sono consustanziali alla parola poetica. Inoltre: ogni parola comunica sempre altro; dietro ogni esperienza c’è l’altro da sé. Ogni poesia, per dirla diversamente, non potrà mai essere soltanto per se stessa (l’autonomia della parola è impossibile). E allora, anche quando scrivo di me stessa, sto in realtà anche scrivendo della storia sociale degli esseri umani, pur nell’incertezza dei bersagli e nella certezza delle infinite mediazioni.
Quest'ultima parte è in contraddizione con l'esordio. Ma sono giuste entrambi.