La testa della Medusa

March 28, 2006

Innumerevoli sono i delitti di cui mi sono resa protagonista, e la crudeltà onnivora che ha oscurato il mio spirito chiede giudizio; ma raccontare le teste tagliate, i ventri squartati, le mani mozzate, i corpi di bimbo sciolti nell’acido, gli incredibili massacri a colpi d’ascia, gli avvelenamenti, le fucilazioni, le lapidazioni, le torture inflitte, i crani sfondati da pietre, e le fiamme appiccate alle case e le serpi infilate nei letti e le frecce scagliate e i feti fatti annegare e i coltelli ficcati negli occhi di donne imploranti e i gorghi di sangue in cui sciacquavo le mie carni, raccontare ogni delitto senza prima menzionare lo stupro che io, Medusa, l'unica mortale delle tre Gorgoni, sarebbe come raccontare una storia stanca, incapace di emozionare. Voi mi conoscete come colei che trasforma gli uomini in pietra. Quanti di voi sanno dello stupro che ho subito dietro l’altare del tempio di Atena? Quanti sanno del mio sacrificio? E chi tra di voi sa che il mio corpo di vergine fu offerto a Poseidone per addolcire le ire di Atena? Medusa, il terrore degli uomini, è stata un tempo una giovane bambina; una bambina titubante nella fede, festosa alle feste, capace di sedurre il più bello tra i ragazzi, piena di umana fiducia, solenne nel passo e con il corpo acerbo di quindicenne già desideroso di conoscere la semplicità del sesso. Ora sono ridotta a testa senza corpo; ora sono questo relitto di donna a cui è negato il piacere più bello per una donna: disporre del proprio corpo; ora la mia testa se ne sta infissa come ammonimento alle porte della città, affinché famiglie e tribù, singoli e gruppi, discorsi e atti, e infine gli aliti sentenziosi e critici, facciano tesoro di questa decapitazione: che nessuna indisciplina, che nessun disordine o rumore per nulla, che nessun grido o verità si faccia pubblica, che nessun disprezzo esca allo scoperto e che tutte le cose siano omaggiate con pudore poiché nessuno può porsi al di là della Legge. Ora vogliono usarmi per ridurre in silenzio tutte le donne. Per questo, con squilli magnifici di tromba, mi hanno tagliato la testa, separandola per sempre dal mio corpo fecondo. E il sangue, tutto il sangue che ho perso sotto la scure, tutto il mio sangue-testamento, tutto quanto di sanguigno m’è uscito dal collo, anche l'eroe Crisone e il cavallo alato Pegaso, che si trovavano nel mio grembo caldo, e tutto il mio eccelso sangue rosso rosso-lingua rosso-bandiera rosso-forca rosso-uncino precipitò agonizzante e diventò fluido universale. I miei delittuosi pensieri, e la mia lascivia, nascono dalla mia ansia di vendetta, lo ammetto. Ma la vostra coscienza non è salva. Ora riversate su di me le vostre paure. Io, Medusa, donna stuprata da un dio, con faticosa crudeltà, con slancio umano, ho cercato di demistificarvi, togliendovi gli abiti di esseri divini per mostrarvi come bestie. Per questo con candore mi spogliavo davanti a voi, mostrandovi le mie delicate parvenze: battito dopo battito, tessevo la mia vendetta. Diventai lo spavento e la minaccia degli uomini. Diventai il ragno femmina che intrappola e divora i maschi che si accoppiano con lei. Diventai la falce che recide la metafora del maschio-padrone. Diventai colei che racconta storie che non si possono udire, storie di sforzo femmineo, di corpi e di croci, di segni-lapidazione, di veli rituali, di solitudini e di servitù aberranti. Diventai il suono della vendetta, il suo senso, il suo eloqui garbato, la sua commozione, il suo sbocco sonoro. Diventai la guerra che cerca la sua pace. Ma il rito ha chiesto la mia testa, e con paziente sforzo Perseo, figlio di Zeus e di Danae, con ingordigia tipica del maschio mosse la sua mano verso al spada e, volgendo lo sguardo indietro affinché non restasse folgorato dal mio, aprì il mio collo con gesto deciso. Voi dite che un dio, per di più figlio del dio più importante tra gli dei, avrà avuto senz’altro i suoi motivi per compiere un gesto tanto efferato; ebbene sì, li aveva i suoi motivi: per accontentare colui che lo aveva cresciuto, il tiranno Polidette, volle offrirgli come dono nuziale la mia testa decapitata. La mia testa come dono di nozze. In fondo, ero diventata famosa proprio perché, con lo sguardo, impietrivo il potere del maschio, gli impedivo di essere tale, di esercitarsi. Che cosa poteva inventarsi il maschio se non il matrimonio come l’istituzione della disciplina domestica? Da laboratorio di libertà venivo ridotta a simulacro di paura. La mia testa esposta per insegnare alle donne il pericolo insito nella loro capacità di vendicarsi. Un totem negativo. Un segnale di pericolo. Una segregazione esposta alla luce. In questo spazio sociale, in questa fredda comunità, bisogna che il mio atto di resistenza, ma anche le sue motivazioni, siano indeboliti e repressi sul nascere. In ogni uomo io vedevo l’uomo che mi ha stuprata. Ho imparato le delizie dello sguardo, e ho imparato dai ragni l’acrobazia del corpo, stando in equilibrio su precipizi spaventosi; ho appreso da prostitute in esilio l’arte di trattare il sesso con maestria e i riti propiziatori dell’orgasmo; ho catturato degli sventurati per provare l’ars amatoria dal vivo e loro crollavano al mio cospetto, incapaci di reggere il confronto, e come impietriti sono, infatti, per lo più restati, mai più riprendendosi. È per questo che sono diventata una ricercata. Ogni mia apparizione era la fine del mondo. Usavo l’amore, e soprattutto l’amore genitale, come strumento che irretisce e annichila l’uomo. Il mio nome creava lo scompiglio nelle famiglie; incarnavo la possibile vendetta della donna, la sua frenesia liberatoria; il suo ottimismo della volontà; la sua fosforescenza profetica; la sua azione sorgiva di nuove istanze. Ero diventato un mostro con fattezze di donna: è tutta mostruosa – scrive uno scriba – e concentra negli occhi la sua arma fondamentale. Fissare Medusa – scrive ancora costui – è perdere nel suo occhio, la vista, trasformarsi in pietra dura ed opaca. Per il gioco dell’incantesimo, colui che guarda è strappato a se stesso, privato del suo proprio sguardo, investito e invaso della figura che lo fronteggia. In sostanza, attraverso il desiderio sciolgo le membra del malcapitato, allento le sue difese, quindi muovo all’attacco, lasciando cadere le sue vesti e avvolgendolo con la morbidezza del mio corpo, quindi, mentre gli sto accarezzando con gesticolazione precisa il membro virile, quando dunque lui è del tutto appollaiato tra le mie braccia, me lo porto dentro e gli faccio conoscere la cupezza tenebrosa dell’inferno. Incapace di resistere a tanta frenesia, e di reagire con la stessa forza vitale, viene preso dal panico e, dopo la terza o quarta eiaculazione, di fronte alla mia ennesima e instancabile manovra coitale, crolla a terra con gli occhi sbarrati, implorando pietà. Il mio sguardo paralizzava la virilità maschile. È per questo che mi hanno dato la caccia e decapitata, lasciandomi esposta qui, alle porte di questa città-carcere. Come un grande oracolo vuoto che echeggia di una punizione tremenda.