Un’altra occasione

March 27, 2006

Modena, ieri pomeriggio, con Mara. Andiamo a vedere la mostra sull’informale. Burri, Dubuffet, Vedova, materia impregnata di vitalità. Sequenze di alluminio, radicale alterità. Pittura gestuale. Burri visto dal vivo è fantastico. Il suo Sacco del 1954 è senza alcun dubbio una fica vista da fronte, quando la donna se ne sta con le gambe larghe e si offre alla visione magica. È il mio istinto a cercare una figura, ed è la mia perversione a vederci proprio il sesso femminile. Ma quella traccia di rosso sulla juta, quella grafia così precisa del rosso sulla juta spiegazzata e rabberciata e bruciata, quel nero nella parte alta del rosso, quel ritmo del rosso spontaneo, la profondità eccezionale di quel rosso maestoso, quel silenzio attraente del rosso che non si risparmia e fissa la scena umilmente, è come se stesse segnando il cosmo femminile. Quest’opera evoca un prototipo incredibilmente ricco, direi totemico, come se l’artista stesse cercando un modo di rappresentare compiutamente la fica assoluta, e non già come mondo a se stante da conoscere, ma come semplice suggerimento percettivo. La mostra non è grandissima, ci sono opere molto belle, anche se io resto attratta da questa unica essenzialità, dalla forza di Burri di costruire, attraverso l’architettura di materie povere, un luogo mentale di incomparabile bellezza. Allora, Irene, hai dimenticato? – mi dice Mara. Dimenticato cosa? – faccio io. Il gusto del tuo attore – dice ancora lei; i pernottamenti tra le sue braccia, l’eleganza della sua anima-corpo, il suo cazzo di granito, la poesia scritta nel tuo grembo, tutto di lui insomma. Non ho dimenticato e mi sto esaurendo – dico io. Ieri ho sentito Luca – dice Mara. Luca? E cosa voleva? Voleva sapere di te; è ancora innamorato; vorrebbe toccarti ancora, sentirti vicina, ritrovare il tuo odore. Sì, certo, Luca è giovane e bello e ricco e forse gli voglio ancora bene, però, davvero Mara, i miei polmoni sono saturi di un altro respiro, ormai. Lei mi prende la mano e dice: ma se tu stessa lo definisci l’amore impossibile; che senso ha continuare a farti del male? Lui non tornerà. Magari lo farà di notte, di nascosto, ti porterà dei fiori e il suo stelo ti starà tra le gambe una, due ore, poi? Poi ti sveglierai e sarai di nuovo sola, tu e le cicale, tu e il tuo sudore, tu e il tuo senso di abbandono, tu e il tuo corpo nudo da far rientrare nella norma. Luca è stabile. Lascia perdere, Mara – e mi dirigo fuori dal museo. È inutile – faccio io voltandomi indietro – mi attira anche se mi spaventa, e poi non ho risposte certe. È come se l’opacità del velo che si frappone tra me e lui mi rivelasse me stessa, quello che sono veramente. Lo stai sublimando – dice lei. Non credo; e poi il sublime ambisce a rappresentare l’illimitatezza. Qui tutto ha un limite, che io tra l’altro conosco molto bene, toccandolo per mano giorno dopo giorno. Io so cosa è reale del nostro rapporto e cosa è soltanto immaginato; e lui ha connotati ben precisi, reali, per quanto differenti da ogni altro reale. Lui non è trascendenza; lui è carne. Vedi, Mara, il mio desiderio è solo quello di distruggere il limite che mi separa da lui, e non quello di superare la finitezza. È una questione di distanze. Se non lo dimentico è perché voglio ancora giocarmi l’occasione di ridurre queste distanze, di arrivare al punto di crisi dove io posso spingermi oltre me stessa e lui lo stesso; il punto esatto dove conferma ciò che è, la rete di rapporti convenzionali in cui vive, oppure profila un altro universo, magari informe, ma non vuoto. Cerco la mia occasione …