Non subire il tempo, ma trafiggerlo. Uscire dalla lingua piatta del romanzo. Scagliare parole come poesia senza metro, prosa poetica senza a-capo consolanti. Tema – lingua – poesia. Fabula (senso) – linguaggio – energia creativa. Tutto è concesso, ogni franamento formale, ogni argomento proibito, ogni invenzione. Lo stato interiore – l’interiorià sentimentale – va adoperata solo se capace di trascendere il soggetto, solo se è correlata a significati più profondi, solo se riguarda il tutto-mondo. Polimorfismo del disp-piacere, oltre la paralisi interiore; mandare in corto circuito il sensus communis; non bisogna evitare la contraddizione; l’ossessione della morte comporta la ripugnanza della non-vita. Non è una fede, ma qualcosa di molto fisico. Scrittura del corpo, parole di pietra, creazione terrosa. Ebbrezza vorticosa dell’informe. Movimento senza fine tra allegrezza della scrittura e la nuda violenza del tempo. A partire da questi accenni di estetica, il mio libro riparte. Come spieghi, tu che mi sfuggi, questa “economia sacrificale” in cui ciò che guadagno come esperienza e in trama coincide con la perdita di ciò che amo? Ho l’impressione di avere a che fare con il mio limite, e con il limite stesso della scrittura, e cioè con il fatto che svelandoti, nominandoti nella tessitura delle parole, io proceda nel mio disfacimento, constatando l’impossibilità del nostro rapporto in termini di continuità. Disperazione assoluta, dal momento che, pur non potendoti avere, non posso smettere di tradurti in scrittura. È da questa sensazione di inadeguatezza che nasce l’immaginazione. In fondo, non è, ogni scrittura, il rapportarsi alle costrizioni e ai divieti?