All’inizio il tuo sguardo / senza veli, un accordo / al limite, un sudario / senza realtà, una deriva / del dono. / Questo errore non convenzionale, / questo perdersi con sacrificio / del corpo, abbraccio glorioso / corpo come spina o dono / avvelenato. / Al di là dell’amore. E al di là della paura. / Un boato. Lo strepito / improprio ha dato scoramento, / brividi di freddo, vomito; / il timore di essere toccata / dal fallo originario, padre nero, / fallo smisurato. Non appartenersi, / senza scampo. Penetrarsi / perdendo i confini; / è lo svuotamento, è ospitalità ostile, / è franamento. Come estremi / in congiunzione negativa, / abbracciati nel deserto / diciamo alla fine della res publica, / come larve squarciando / l’involucro della communitas, / declinando l’incrocio / risonante oltre la storia, coito / terribilmente esplicito, / malinconico. / Chi ci protegge? Chi ci accompagna? / Siamo impotenti, esonerati / dal mondo per un attimo, / siamo primitivi nella nostra nuda / letterarietà, nel rito necessario / decifrando una riga di libertà / nella rinuncia a convivere. / Siamo soli.
Questi versi li ho scritti dieci minuti dopo che te ne sei andato. Sono una tragedia estrema, al limite dell’intelligibile, un gesto senza ascolto. Vorrei tendere al silenzio.
Con questa nuda e pura, terrifica natura / con questa fica mirabile e smarrente, / ogni cazzo meno il tuo è misera convenzione / rito, finzione, scopata senza esaltazione.
Questi versi sono invece un’impostura, nel senso che ho mimato, modificandoli, alcuni versi di Consolo. Come questi che seguono, copiati e qui proposti per mostrarti la mia alienazione. Per causa tua, ogni cosa ha perso il suo valore, anche il coito è ripetizione senza piacere: ululati senza godimento, appunto.
[...] Emetto ululati, guaiti, belati, singhiozzi.
Ermetici suoni, versi bestiali o ululare
del vento fra picchi, gole o accordi
d'arpa eolia, cembalo, siringa o il silenzio
come il tuo di pietra, creatura mia,
solo questo è degno, la tua cruda assenza,
la tua afasia, la tua divina inerzia. [...]
Un testo, questo, che si capisce al volo, senza bisogno di traduzione. Ma sei lontano, e solo questo posso dedicarti, solo questa poesia di cenere. La mia bocca ha l’alito della morte. Se approderai di nuovo tra queste rocce, attento: ti strapperò alla gioia con la mia lingua volgare. Due lingue, una lingua sola, una processione di lingue, un unico desiderio. Potrò mai rinunciare al tuo cataclisma armonico?
Mi rimane la strada percorsa, i fossi attraversati, sentire le tue mani tra le cosce, l’odore dello sperma, il pene che s’affloscia dopo l’ingoio. Mi rimane la maglia che hai dimenticato a casa mia, e il gesto banale, già visto in televisione, di me che l’annuso cercando una tua traccia. E il catrame che ricopre la mia vulva, anche questo mi rimane. Spaesamento come realtà. Ricerca linguistica senza sbocco, senza dimensione sentimentale. Perdo ogni riferimento, ogni passione. Scriverò una tragedia in versi, per donartela. La reciterai solo per me. Sarà l’ultimo mio libro; inizierà con questa frase: «Alle vulve evidenti, alle vulve soddisfatte, ai seni sodi e fieri, alla sontuosità del sesso, al bassoventre in fiamme, alle bestie senza pudore, alle gioiose nudità, alla verginità superba, alle fiche pulsanti, alle galassie di carne, alle viscere sorridenti, ai cespugli odorosi, alle radure tra le gambe, ai respiri affannati, alle passere gonfie dedico questo poema risonante, questo pene di parole, questo pilastro eretto con le frasi, questo colpo di scimitarra nel vuoto. Questo giovane poema è per te: toccami e vedrai come sono eccitato. E poi, quando inizia ogni pulsazione, là dove le mutande sono ormai abbassate, quando s’apre ogni grotta, comincerò a bisbigliarti i più strani versi, i più audaci, divorandoti col canto sino al punto dove le tue pareti grondanti avvolgeranno il mio membro ritto, noi senza corruzione nel legame sempre lecito, senza requie nella prigione perfetta».
[...] Dopo è l'arresto, l'afasia. È il silenzio. [...]