Caro Ivan (e Andrea e Carla che avete posto quesiti simili), indifendibile è la letteratura che manca a se stessa, quella che appartiene, che è ufficio di un meccanismo che la determina non già come letteratura, ma come “recinto asettico entro cui stabilire una comunicazione trasparente o, magari, il contenuto da comunicare” (R. Esposito). Indifendibile è la letteratura che si piega ad un ordine pre-esistente di significati e di idee e di immagini e di soluzioni. Obbedire a impulsi esterni è allontanarsi da se stessi, diventando estranei al proprio corpo; la reticenza ad accogliere ciò che la trascende – una morale, un fatto di cronaca, una idea – è la forza della letteratura: perché la realtà accade nella letteratura come lingua. Il trauma del reale, la rete dei suoi rapporti oggettivi, le sue umiliazioni, anche le sue speranze, si misurano, nella scrittura, con la scrittura; le sue finzioni sono le sue verità. Indifendibile è la letteratura che pensa di rappresentare i mutamenti e le contraddizioni o, peggio, i sentimenti. Sottrarsi alle tentazioni realistiche, ecco la sua forza; sottrarsi alla sociologia, alla psicologia, al simbologismo mistico, alle “storie”. Ma sottrarsi a tutto ciò in quanto referente esterno, in quanto significato da inserire in una struttura, non è emettere solo suoni; è avere la consapevolezza che i significati sono già dentro la lingua. Indifendibile è la posizione di chi crede che, in letteratura, le vicende esistano indipendentemente dalla macchina linguistica che li produce. Ogni letteratura non può che essere realistica, per lo meno nel senso che, facendo parte di un contesto preciso, che è sempre storico, non può esistere in quanto zona “altra” dalla realtà. E in ogni letteratura, anche nella più insulsa e deprecabile, appare sempre – magari velata, ma appare – una visione del mondo, una ideologia; ogni letteratura, in quanto circolante in un contesto, non potrà che porsi con questo in rapporto. In un certo qual senso, ogni letteratura è allegoria: dice altro da quello che sta dicendo. Indifendibile è una letteratura che finga la possibilità di colloquiare liberamente, che non si ponga dubbiosamente rispetto a se stessa, che creda possibile usare proficuamente il linguaggio senza evidenziarne l’alienazione. Indifendibile è la letteratura che non dice con la forma del disturbo, che non si pone come differentia. In ciò sta la mia attenzione alle avanguardie: un libro è contraddizione, disse Blanchot; è uno scherzo indisciplinato; è una determinazione, in forma di lingua, dell’essere; è una relazione non dimostrativa, dunque aperta; è polemica contro la regressione soggettiva e l’idea di letteratura come evasione; è una spina nella carne; è un nichilismo sobrio; è un groviglio rigenerante; è un effetto micidiale; è una discordanza; è un gioco irrequieto, che si corrode mentre si diverte; è un balbettio barocco; è stare nella mischia, sporcandosi di fango e di sangue; è un esperimento anomalo, per certi versi non autorizzato, nascosto, intraducibile in un piacere che sia espunto da ogni crudeltà. E se il libro è contraddizione, non è mai soltanto lingua. Ma l’agitarsi scomposto della critica – proprio di ogni avanguardia – non va ricerca nei materiali semantici usati, ma nel modo in cui tali materiali si strutturano. Il linguaggio dell’avanguardia, parlando di se stesso parla della barbarie e di un’altra realtà possibile. Per il Moresco dei Canti del caos la lingua è tutto; il suo rifiuto dell’esterno è totale e l’opera, sempre incompiuta, non si realizza come movimento ritmico dentro-fuori. Per certi versi, non dice un’altra realtà possibile. Evita ogni parentela con una letteratura accomodante, però è come se evitasse anche di trovare risposte alternative all’incomunicabilità. In fondo, è opera mimetica della vita alienata. Questo è il suo valore, ma è anche il suo limite. E non mi stupisce che in altri testi (L’invasione e in parte anche Lo sbrego) rasenti il moralismo, come atteggiandosi a nuovo Pasolini. In lui i due momenti non convivono mai all’interno dell’opera: da una parte c’è la scrittura letteraria, felicemente autocompiaciuta dei suoi estremi; dall’altra c’è l’esperienza della vita di tutti i giorni, c’è la decadenza che impone di prendere la parola per dire No. Proprio perché nei suoi Canti ci sono delle pagine di una bellezza straordinaria, credo che se Moresco riuscisse ad avvicinarsi al dettato delle avanguardie, facendo diventare il rinnovamento della lingua anche un “rinnovamento sociale”, allora potrebbe scrivere il suo più bel romanzo. Certo, ho trovato poco elegante il suo intervento in difesa di Baricco – una difesa contraddittoria, magari, ma di fatto una difesa; inelegante non foss’altro perché Baricco è l’editore de Lo sbrego, ultimo suo libro (RCS Libri, Scuola Holden). Per quanto mi riguarda, chi liquida Baricco in una battuta fa solo bene, non meritando davvero più di due righe: perché Baricco è indifendibile, in ogni caso (è la restaurazione, per usare un termine caro a Moresco). Mi hanno regalato, qualche giorno fa, un libro che ha parecchie somiglianze con quello di Moresco. È La donna che non c’è, di Roberto Di Marco. Non conoscevo questo autore, e ho cominciato a leggerlo perché amo chi me lo ha regalato. È la storia di un amore impossibile; anzi: non è una storia, è semplicemente un accumulare parole per dimostrare l’impossibilità della letteratura. A differenza di Moresco, Di Marco non rompe la sintassi né mira a ritmicizzare all’eccesso le frasi gonfiandole di ripetizioni; abbozza una sorta di storia normale, facendola poi deragliare nel nulla, in una assenza totale di legame interno tra le frasi: frammenti incastonati che non hanno fine (che finiscono solo quando l’autore si ferma, e la cui unica finalità è l’atto di scrivere). Se in Moresco il boicottaggio della norma avviene rifiutando di ricorrere ad una costruzione riconoscibile, e come ammassando disordinatamente (il caos del titolo) i diversi pezzi di cui si compone l’opera, in Di Marco l’opera si costruisce per sfasamento, dove la normalità è spiazzata togliendo alcuni pezzi in modo da rendere la struttura indecifrabile. Certo, se questi autori vogliono dimostrare l’impossibilità di scrivere nel tempo della decadenza, ci riescono, essendo i loro libri “illeggibili”. Ma fortunatamente non è del tutto così; fortunatamente io riesco a cogliere di entrambi, pur nelle loro diversità, il lato costruttivo: queste scritture sono educative, possono aprire varchi tra le parole. Sono difendibili, per tornare al quesito iniziali. Magari non completamente, però lo sono. La letteratura indifendibile è allora quella che vuole soltanto costruire dimenticandosi di scavare il terreno fino in fondo, distruggendo tutto quello che non le permette di venire su in modo appropriato. Indifendibile è Vassalli, è la Tamaro, è Faletti, è Buttafuoco, è Carlotto, è Camilleri, tanto per stare sul più venduto; ma indifendibili sono anche Wu Ming e Genna e Scarpa e Nove, tanto per buttarsi a sinistra. Difendibile è invece La macinatrice di Parente. In questo libro non mi convince la vicenda, in particolare il finale dove Elena viene svelata come prostituta; troppo prevedibile. E non mi convince la lunghezza; tutto poteva concludersi 100 pagine prima, dando a tratti l’impressione di un divertimento stancante. Ma l’esito del romanzo è notevole, aperto a soluzioni formali volutamente paradossali rispetto ai canoni in corso. In quest’opera mi affascinano le piccole divergenze sparse qua e là nell’incedere del racconto, in particolare ho trovato ottima l’analisi del porno come finzione (pag. 314 e 315); visto che nella Vagina’s World, l’immenso mondo virtuale che è al centro del romanzo, ogni eccesso sessuale è naturale, senza finzione, ed essendo la letteratura finzione al massimo grado, ne ho quasi dedotto che per Parente l’arte non può che essere pornografica (ed io concordo, concordo pienamente). Alcuni, solo perché scrive sul Domenicale, lo considerano di centro-destra; e lui probabilmente si considera veramente così. La sua scrittura invece, per quanto mi riguarda, mi sembra ben più democratica che quella di chi si professa anti-anti. A pag. 61 della Macinatrice c’è addirittura una irrisione della nostalgia per il fascio che fu. Ecco, a tratti questo libro è grottesco, corrosivo; che sia, il suo vero senso, l’irrisione della letteratura contemporanea? Un altro libro difendibile. Mi fermo qui, amici; vi prego, Ivan, Andrea, Carla, non prendetevela con me se tralascio qualcuno; io leggo quello che posso e molto mi sfugge. Soprattutto mi sfugge come negli elenchi letterari manchi uno come Enzo Moscato, plateale e istrionico Enzo, dalla scrittura traboccante di oralità, lui attore – ah, quanto amo gli attori! – che scrive col corpo espellendo pus, sperma, cacca, materie indicibili. Perché non lo nominate mai? Forse perché vi ostinate a praticare la separatezza tra le scritture? Ma di questo un’altra volta.
Hai ragione, Ivan; il postmoderno è la stessa ruota di prima con un nome diverso. Però, prima, almeno c’era l’insorgenza delle escrescenze, aveva luogo la critica, si dava una letteratura come negazione. Questo mi manca; ho nostalgia dell’avanguardia, perdonatemi.