A te che non ci sei, a te
come dedica questo poema
viscerale fiume dissolutivo d’ogni visione
a gola aperta, rabbiosa, in equilibrio erotico tra cielo e terra,
questo poema senza parole adeguate
è per te, o mio sogno
fluido, o mio legame orribile,
impossibile godere in tanta contraddizione
per te, mio mancamento
per te, mio camminamento licenzioso
per te, mio colpo di grazia
è per te questo fracasso
stagnante.
Prodigio, visione, ventre senza fine, antro robusto e sporco, tronco massiccio, membro poderoso, viscido, infetto, mi stendo su di te, sotto le nubi, sotto questo cielo carico di nubi di carbone, mio cammino voluttuoso, mi corico sui tuoi spifferi, sulla tua corte aperta, da est e da ovest, d’improvviso col seno e talvolta nello spazio immoto tra l’ascella e la schiena, corpo semplice, corpo complice, corpo sardo e infetto, corpo di mare, scrivendo solo con le natiche sul tuo corpo scosceso, scrivendo dunque con l’alito, con quello che so del canto, io cagna venerata che lecca il petto villoso del randagio ridente trovato per caso, ritto e crudele, trovato nella cicatrice, laggiù dove il sole si ritrae nella bocca, o maschio antico, mi appoggio al tuo ventre, cerco calore, adesso ti tocco senza legge, e cerco l’abisso, cerco il porto illuminato, lo squarcio, le onde febbrili, la risacca, la gigantesca e vuota isola spasimante, cerco quel che non trovo, misuro ciò che separa la mia mano dal tuo fondo oscuro, sprofondo nel tuo corpo riverso, diverso, arido, e senza direzione, come una litania soffocata, dico il tuo nome in segreto, lo dico come rantolo, nero rantolo di cagna vaginale, lo prendo in bocca, il tuo nome, e lo sputo crepitante, il tuo nome che non posso dire a voce alta, così continua questa storia di nomi fittizi, di matrici nascoste, di membrane che occultano, ora sono giunta ai tuoi piedi, sanno di sale, sono di sabbia, piedi dolci coperti di mare, più antichi dello scoglio, coperti di cozze e di alghe fetenti, piedi che guardano le mie labbra coperte di piccoli molluschi, coricata su di te, cercando dove finisci, dove cominci, guardiana del tuo riposo, e mentre tu dormi io cerco di trattenermi, tu dormi e io vorrei ricominciare, così nella stanza si sente la danza ipnotica delle mie dita, la mia virtù bagnata, le reni che s’incurvano, le gambe che si allargano, si sente il movimento felice delle labbra che si aprono, il fiume che scende, il corpo che si espande, tenendoti la mano e divengo il tuo sogno, il tuo nutrimento notturno, la tua gioia abusiva, tu lo sai, anche se dormi lo sai, mi senti, nel sonno, come fiammeggia il mio petto, come la rotondità dei seni s’indurisce, come si organizza la scena luminosa della gioia, ora mi lascio andare all’azzardo, bagliore tra le gambe, oscillazione propizia, senza spiegazione scorre la mano sulla tua pelle, evoco il tuo nome, nel silenzio, per mangiarlo, pietroso il tuo nome, si distacca ansimante dalle mie labbra, stavolta limpido, lo ricopro di fiamma e già invade ogni parte del mio corpo in calore, da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, il tuo nome si è incuneato lentamente tra i peli del pube, danza nel latte che lo inonda, io lo tengo finché posso, lui veloce mi sfugge e si insedia nel silenzio, prodigioso suono di vita, la mia cetra ora è carica, io sono sul punto di gridare, la lingua, la bocca, tutto sta per gridare il tuo nome, eccolo, sì, TU, TU, TU …
Tu sei il corpo che mi manca.