Tu sei nessuno; o sei poesia. Sei una traccia insolita, una parola ferita. Ti ho ascoltato a lungo, finché sono sfiorita, amandoti prima e dopo, sino all’ultima lacerazione. Tu mi respingi, io ti rivendico. Un poema, sei la mia lingua intraducibile, voce crudele dell’abbandono. Sei il mio carnefice. E non sei – oh, no, proprio non sei – il mio soccorso. Parola di diamante, misura dello sguardo, forma imprevedibile, sei il fracasso festoso dei naufraghi che vedono una nave all’orizzonte, sei il marinaio sul ponte che dà l’allarme, sei la lancia di salvataggio; ma sei anche la delusione della tempesta che allontana tutto sino alla prossima occasione. M’hai strappato alla noia per regalarmi alla disperazione. Sei il pugnale con cui ti ucciderò. Ma ti ringrazio del messaggio di stamattina, davvero grazie. Smettere di scriverti? Come potrei. È come augurarsi che la mia condizione di donna cessi: senza la scrittura, cosa mi resta? Tutto il resto, certo. E il resto è ben più che una pagina. Ma smettere è come divorziare da se stessi. E poi, amore, mi vuoi costringere ad amare un mostro? La scrittura è per forza questa evocazione di un qualcosa che non c’è, deve per sua natura agitare nella finzione un nome; eppure, lo sappiamo entrambi, dietro ogni nome c’è una cosa reale, ci sei prima di tutto tu col tuo corpo, ed io a quello aspiro, al tuo corpo caldo e traboccante di sperma, al tuo lucido irrompere nel mio brivido, alla tua innegabile bellezza. Quando c’è coincidenza tra la scrittura e l’essere allora siamo nel campo della perfezione, rasentiamo l’opera d’arte; noi, vedi amore mio, siamo questa deficienza, questa sciocca esibizione di parole che sostituiscono ciò che manca, ciò che è assente (non essente, appunto). Con la scrittura mi protendo verso di te; non posso toccarti, ma posso raggiungerti lo stesso. È un incontro che non diviene mai abbraccio, ed è anche un sacrificio; però, amore, se non lo facessi, se ora smettessi di scrivere questo diario asinino, la storia continuerebbe ad infierire ancora di più su di me, lasciandomi esangue davanti ad un mostro che mi ama senza soddisfarmi; sventolerebbe, certo, costui, il mio nome come una bandiera, tuttavia resteresti almeno come interferenza. È bello vedere il corpo del maschio che si esibisce nudo davanti a me … Non mi basta più, amore, l’esibizione di virilità, voglio altro, cerco altro dal tronfio ragliare di un cazzo in erezione o dell’allitterare narcisistico di frasi innamorate. Eri ciò che bramavo, eri ciò che rendeva giustizia a tutto ciò. Eri troppo bello per essere vero. Dovrei dunque davvero appendere le parole al chiodo? Boicottarti, non cercarti più rintanato tra le frasi, non seguirti tra le immagini, non partecipare ai miei stessi sogni? Smettere di amarti, insomma. Non ne sono capace, e alla fine cedo alla mia stessa inaffidabilità. Atroce condizione, quella di amarti e non poterti avere. Ecco, mi sento seviziata dai fatti di questi mesi, e resto scettica per quanto accadrà domani. Ma insisto: continuo ad amarti, senza neanche il conforto di una speranza. E continuo a scriverti. Ogni parola è un annuncio funebre, è una lama splendente che recide la testa, è un cappio al collo; ogni parola traccia il tuo frastornante addio. Ricordi la stampa che mi regalasti a Piacenza? Una donna partigiana che entra trionfante a Milano, nel 1945. Una foto sbiadita, dove però si vedeva bene la gioia immensa che abitava il corpo della donna, e la sua mano forte che sventolava uno straccio al cielo, forma spontanea di chi sa di avere sconfitto la tenebra. Io potrò essere soltanto quello straccio rosso – mi dicesti. Io ti abbracciai; sapevo che eri la mia liberazione, ma sapevo anche che eri la mia sconfitta. Ecco, diciamo che la scrittura è riprendere ad abbracciarti, è ingolfare di nuovo la gola con nuove speranze, è alzare i pugni al cielo. È una vertigine contagiosa, splendida vertigine che lascia senza fiato e che ha il sapore di una ripresa. Domani, domani forse lascerò perdere, riaprirò domani il severo tribunale dell’amore impiegatizio e banale legandomi ad un mostro qualsiasi. Oggi voglio stare ferma sulla mia liberazione, anche se ormai posso soltanto scriverla. La vita, con le sue croci, è soprattutto fuori dalle pagine, non lo dimentico; è al di fuori di queste parole che si gioca il mio futuro; è là fuori che il reale disegna altri disgusti. Devo cercare – oh, quanta ragione hai – le mie delizie al di là dello scriverti, però, davvero, non riesco a farlo, e neppure lo voglio. È per questo che faccio prendere alla mia bocca la forma della festa ogni volta che ti scrivo. Scrivere è, per me, tenere in alto quello straccio …