Lettera sulla letteratura

March 21, 2006

Caro Andrea, sono a disagio, certo, anche esasperata – e fors’anche innamorata; ma prima di dichiararmi sconfitta, credimi, devo cominciare ancora il mio massacro. Perch’io son io, Irene piccola e bella e scrivo facendo musica e abbassando le mutande, senza essere un’altra durante le ore e senza amicizie nel gran bazar letterario. Io sono scappata dal supermercato del sesso senza orgasmo, perche dovrei entrare ora in quello letterario senza letteratura? Scrivo a sproposito, secondo i precetti di nessun Dio; scrivo senza profezia, senza finalità, senza reputazione. E soffoco dal ridere quando le nervature d’un cazzuto letterato solcano i miei canditi; preferisco di gran lunga gli attori. E piantatela di gridare ai quattro venti, tu e i tuoi amici, di scrittura femminile del corpo e di altre amenità, nominando gentilmente sempre le solite, quella Sara Ventroni che ha scritto una Salomé inutile, inseguendo una vicenda già detta e un linguaggio sentito ogni giorno dalla fioraia. Maledizione a tutte le maledizioni, e imparate a scrivere, mi verrebbe da dire a queste tue amiche. Ma lo farei solo per distrarmi, visto ch’io ho talmente poco tempo per scrivermi che, davvero, proprio non mi sento di perderlo dedicando due righe, quand’anche corrosive, a queste spasimanti incapaci di aprire a dovere le gambe. Non ho niente da perdere, non ho niente da guadagnare; non ho matrimoni da celebrare, Andrea, e dunque non ho suocere da accontentare. Respiro a pieni polmoni, anche se ho lo sguardo appannato. La letteratura-morfina non mi interessa, figurati Gemma Gaetani! Se proprio devo trascorrere una serata a contemplar parole, allora scelgo quelle ispide – ma profumate e dolcemente gonfiate di collera – di Elfriede Jelinek, hai letto Bambiland? Una scrittura che non si auto-compiace, sempre aggrappata al suo esterno, e mai statica, mai ferma alle forme canoniche. Una scrittura che non dimentica di eccedere in libertà, pur mostrando un mondo di totale illibertà. E leggo volentieri Cecilia Bello Minciacchi, una critica, non una scrittrice, ma per me l’unica che davvero abbia ancora qualcosa da dire (hai letto il suo intervento in “Parola plurale”, Ancora avanguardie?, pag 613-631) … In fondo, cos’è l’avanguardia se non la giusta sintesi tra opposizione nella società e opposizione nel campo dell’estetica? Ha ragione da vendere, la Cecilia; oggi però trionfa altro, Andrea; oggi le avanguardie non esistono, nessuno più delira di utopia imprigionato nella mia vagina.  Siamo all’ideologia postmoderna, dove tutto si tiene e i giudizi di valore sono annacquati in una idea di letteratura francamente indifendibile. Quando mi scopano esaltano il mio fanatismo inappellabile: godo perch’io mi faccio godere, sei solo un mezzo – dico ai miei amanti casuali, letterati da copertina. Godo beffarda, sino a sfigurarmi, per un’ora, una settimana, senza mai compromettermi con questi scrittori bavosi, come una cagna che si nutre di carogne. L’ultimo, una settimana fa, uno che frequenta Nazione Indiana, dopo avermi ficcato un dito nel culo, mi dice adesso ti sfondo, proprio così: adesso ti sfondo, come nel peggiore dei film porno, come nell’immaginario di ogni maschio, come si dice scopando in riva alla banalità. No – dico io togliendo il dito – questo luogo ti è interdetto, solo uno tra i maschi può accedervi, e non sei tu. Adesso ti mostro come si fa – insiste il gran signore, voltandomi con forza e poggiando la sua cappella sul mio deretano. È vietato l’accesso – dico sottraendomi alla sua presa; non insistere, usa la mia bocca, mettilo qui, tra le mie tette, infilzami la vagina, ma dietro no, ti ho detto che solo uno tra i maschi può assaporare quel sortilegio. Si arrende e mi scopa senza farmi provare niente. Ti faccio leggere l’inizio del mio nuovo romanzo – dice mentre mi pulisco del suo sperma. Se proprio devo – penso io. Piccole cronache, pettegolezzi, storielle da ciarlatano. Ad un certo punto mi accorgo che le mestruazioni stanno arrivando copiose. Come per magia, i fogli del manoscritto si sporcano di sangue. Lui resta senza parole. Molto candidamente, con naturalezza, gli porgo i fogli intonsi del mio liquido santo, senza consolarlo, lasciandolo abbandonato al suo dolore: erano le uniche copie di un’opera ormai affogata. Gli do un bacio sulla guancia e dico: – potrai riscriverlo, magari facendo tesoro di questa notte passata insieme. Sbavava, come in preda a convulsioni. Temevo che morisse. Ero la sua tempesta, ero il temporale che ha distrutto il suo raccolto. Sarà, la mia fica piena di rovi, la vera causa della morte della letteratura?