Mi piace gustarlo tra le labbra, sentirlo sussultare potente, leccarne ogni centimetro, tenendone la base stretta con le dita, salendo e risalendo con la lingua. È il piacere della totalità; ed è un piacere radicale, è la mia bildung. Ecco, la mia autocoscienza innalza il pene – contenuto e fine del mio succhiare – sino all’universalità: lo rende pensiero, che si attua nella volontà di prenderlo ancora in bocca. Come può, il pompino, escludere l’intelligenza? Chi non ne conosce l’essenza, chi non pensa all’atto lasciando tutto all’estro e al sentimento, o – peggio – obbedendo ad un rito che non controlla (l’odiosa mano del maschio che spinge la tua testa è segno di volontà di dominio) – non potrà mai capire la libertà del gesto assoluto del pompino. Senza questa consapevolezza non c’è sesso, c’è solo barbarie. Capire come germoglia tra le labbra, coglierne gli umori, bagnarlo al punto giusto, non significa lasciarsi trascinare dal caso o dall’esperienza; quest’ultima serve, certo, ma non basta. Bisogna applicarsi nell’elaborare mentalmente il gesto: è in ciò la libertà, il culmine supremo del pompino cosciente. Ma è sempre l’atto la vera realtà del pompino; è nel prenderlo in tutta la sua ampiezza, dai testicoli alla punta estrema del glande, che rende l’atto stesso un atto totale, in cui idealità e applicazione reale del cazzo si mischiano sino alla determinazione concreta della sua essenza spiazzante. In un bagno pubblico, in una piscina affollata, nel corridoio di un albergo, persino sull’aereo Roma-Parigi ho compiuto quel gesto essenziale dello slacciare i pantaloni per impadronirmi d’una verga, per sentirne il profumo, per ingoiarla e risputarla fuori appagata. E ogni volta accrescevo la mia volontà di farlo ancora. Magia della filosofia hegeliana.