Serata alcolica

March 18, 2006

Stanza d’albergo, due del mattino. Fuori piove. Ho sete, vorrei della birra, ma il bar è chiuso. E il frigo è vuoto. Vorrei sentire quel liquido scendere nella gola e le labbra appiccicose. Gli americani hanno lanciato un’offensiva aerea e in Francia ci sanno fare. Neanche una birra. Entrare sotto le lenzuola o uscire, questo è il problema. Esco. Italia, Rivoli Torinese, non c’è la contraerea, e neppure una scogliera da cui guardare il mare. E io sono lontana dalla celebrità. Tengo il passo allungato, verso il centro. Tutto chiuso. Sono cose che capitano. Afasia metropolitana. Ma gli affari si fanno lo stesso, anche al buio; la grande giostra del mercato non cessa di funzionare, mai. Birra o tornare al blando piacere del lenzuolo. Birra, birra … Pizzeria aperta, unica scelta. Corpo a corpo tra le strade di Samara. Il mio corpo perverso gira senza brivido in una città morta alla ricerca di una birra. In un’altra direzione? Una luce, laggiù. Una voce. O una minaccia? Il primo disponibile me lo scopo. Taci, il nemico ti ascolta. Non c’è niente di più noioso di una città senza birra. Ormai vivo nell’emergenza. Per tutto il giorno sono stata attaccata a un computer, per una performance di cui non m’importava nulla, e per di più idiota, come d’altra parte è idiota il suo creatore, quel Mathias col cazzo tanto lungo quanto incapace di amare. Voleva scoparmi, stasera. Io volevo una birra. È l’unico modo di sfuggire all’idiozia. Obbedienza. Inverno rigido. Parigi in rivolta. Vorrei una birra e un massaggio nella schiena. E scrivere senza nesso causale. Non mi piacciono gli avanzi. Mathias è un avanzo di galera. Ogni tanto, o sempre più spesso, mi trovo a pensare al mio attore preferito. Ecco una pizzeria aperta. Birra, birra fredda, da consumarsi preferibilmente prima (vedi collo della bottiglia). Ero il suo sussulto, il suo sballo ermetico, il suo delirio. Ero la sua digressione, la sua tubatura sperimentale, le sue gambe divaricate. Ero il suo concerto insensato, la sua saliva accordata, ero la sua vergine davvero brillante. Ero la sua buca sconfinata, la sua montagna incantata, la sua happy valley. Ora sono soltanto una donna che beve una birra. Sola, nella stanza di un albergo, aspettando che la birra finisca. La bottiglia ha lo stesso colore dei tuoi occhi. Oltre quel vetro vedo un’isola. Sento il mare. Ogni sorso è un’onda, ogni bicchiere una tempesta. Scendo nelle viscere del mare e risalgo, scendo e vomito. Isola irraggiungibile, tragitto tortuoso. Il vetro è ora pieno di salsedine, e ogni verità irrintracciabile. Chiusa dentro questa bottiglia. Non ho via di fuga. Solo ora mi accorgo di essere il messaggio nella bottiglia. Quell’isola irraggiungibile sei tu.