E infine, esausta, ansante, bagnata dal sudore, mi resi conto d’esser sveglia. Mi fa eco solo il silenzio. Debolmente mi alzo, vado in bagno, piscio, sbadiglio, mi faccio la doccia, mi asciugo, mi vesto, accendo la radio, un urlo di dolore dal Bahrein, faccio colazione, bombe su Gaza, rinuncio alla poesia, preparo la valigia, scelgo i libri, metto in carica il cellulare, sbadiglio, leggo l’ultima sua lettera, mi perdo di nuovo nel suo ricordo possente, una lacrima si versa, a Gerusalemme una scarica di mitragliatrice, bevo, spengo la radio, metto un disco, continuo a preparare la valigia, Alice canta “Un blasfemo”, un altro sorso d’acqua, mai più mi chinai e nemmeno su un fiore / più non arrossii nel rubare l’amore, penso a Mara, chiudo la valigia, mi lavo i denti, un brivido, un altro brivido, il disco è finito, un violento crampo al cervello, il sogno, il ricordo del sogno, un abisso di ghiaccio appena intravisto nel sogno, panico, vertigini, apro il rubinetto, i tubi sono gelati, comincio a sentire le gambe rigide, d’istinto apro la finestra: le enormi mani della glaciazione, con un rumore sordo, stanno listando di lutto la mia città. E infine il mio sogno era la realtà.
Archive for March, 2006
Risveglio
March 31, 2006Un sogno di ghiaccio
March 31, 2006E infine, nella mischia dei corpi, m’esce uno spavento umido, incerto era il mio silenzio, e il silenzio era orrendo. E infine, nella stanza lunare, avvenne un crollo, e pesante fu la caduta. E infine, con sibilo orrendo e interminabile, il pavimento senza tregua si avvicinava al viso e un risucchio gelido, senza tregua, m’attirava in un abisso polare. E infine, guardando attorno a me, guardai la polvere dei morti e i secoli di neve, poi un orso, bianco come un continente, che pescava piccole nubi spumeggianti. E infine, avanzando lo sguardo nella profonda lacerazione, una distesa senza fine, bianca come un continente bianco di ghiaccio, si affermava preoccupante, senza tracce sulla neve, senza fiamme ristoratrici. E infine, nella mia consistenza nuda, guardai la neve nuda come un bambino di smeraldo e i miei polpastrelli gelati, senza ferite apparenti, senza lingua, guardavo muta come dentro un sepolcro di ghiaccio, muta come una parola senza verità. E infine, piuttosto placido, vidi un veliero fatto con le ossa dei morti, perseguitato dal crepuscolo fuggiva finché fu inghiottito, senza carezze, dal cielo potente. E infine, nel candore sempre più universale, seduto su una lastra in balia delle onde, vidi un uomo dagli occhi verdi, mentre versava nel diffuso chiarore piccole macchie di rosso, come sporcando l’uniformità del paesaggio, vidi un uomo vestito da tartaruga e col la testa di cammello mentre inventava incanti silenziosi e che rovesciò sulla neve, atteggiandosi da attore, un addio sciocco. E infine, con le labbra secche, e senza capacità analitica, provai a sbucare fuori da quell’addio, cercai uno squarcio, o la madre di tutte le domande, trovando soltanto una neve storica. E infine, nel tessuto increspato dello stereotipo glaciale, dentro un abuso luccicante, portai avanti le braccia, cercando di prendere l’eco di una uscita, affidandomi a una strana forza, come dell’origine-nausea, che trovai nel mio corpo coperto di neve. E infine, cercando di non bruciare per il gelo, raccolte tutte le cose che non avevo, abbracciai l’ultimo vento possibile e diventai fiocco, eroico fiocco di neve, prendendo la forma della deriva definitiva. E infine, senza prospettiva, sballottata di qua e di là, e smettendo di oppormi al gelo, catturata definitivamente della catastrofe, mi abbandonai alla deriva, infedele alla sua legge. E infine, distogliendo lo sguardo dalle conche ghiacciate, vidi il sole, lontano, inaudito, radicale, e cominciai infine a indicarlo come frutto proibito: e infine qui è il mio piacere, sempre dentro i flutti della deriva, a indicare ciò che ancora non è.
Senza nodelli
March 30, 2006Questo è solo un gioco, è scrittura inutile, per niente e per nessuno. Questo è solo un esperimento. È stato progettato perché serva da base per scritture future. Questo è stare sul bordo. Smarrita, al crocevia delle correnti, guardandomi in questa cavità coperta di peli, ne ho tratto un esercizio auto-masturbatorio, letteratura tanto inevitabile quanto senza profitto. Scrivere è un piacere fine a se stesso; e la scrittura si nutre soltanto di sé. Prosit.
Colma di fecondità, accolgo l’abbaglio altrui, acquietando il desiderio fino al punto esatto in cui sorge di nuovo; cominciamo, mio compagno silenzioso, è l’ora giusta. In questa infermità donarsi è un bel piacere, è andare dentro lo strappo, è ricomporsi; addolcir le voglie affondando nell’atto che avviene è ardere senza imperio, e l’amore non è che una parola; è abitarsi reciprocamente senza invadersi. Una suora si innamora del prelato; in rima canta un’antica canzone: “amor mio non dormire / amor mio inabissati / nel cor mio”; lui non capisce, ma arde ugualmente, leggiadro; favorito dalle circostanze (lei stava ora nel confessionale), andò sicuro con la mano sotto i pantaloni e toccò il perno selvaggio e rigido; esordì anche lei, consumandosi ansimando, dall’altra parte; la fine di questa avventura è la solita: lei apre la veste e incunea il dito nella fossa e arde in seno il fuoco in excelsis, lui avvolge il membro con mano forte; senza tregua di sospiri, in balia al peccato – ah, ma quant’è piacevole ‘sto peccato! – i due battono le ali della vita senza dirsi una parola.
Guardati allo specchio, Irene, cerca ciò che non sei. Guardati nel petto, tocca in quella nicchia il grande torto. Ma è ben difficile, Irene, avere pietà di te stessa. Guarda la macchia che dilaga sul pavimento; resisti al sangue che ti esce dalle vene, Irene. Ti cresce il cancro dentro, Irene; trasformalo in ballo. Hai spilli sul petto, un’ombra appesa al seno, hai gli occhi socchiusi e non vedi l’emorragia, non vedi la caduta, senti però il dolore acuto e gli occhi roteare. Le mutandine sono piene di sangue, Irene. Apri gli occhi e svegliati; guarda con calma l’agenda e chiama il dottore, il terreno è pieno di sangue. Consacra quel numero col telefono, diserta dagli effetti collaterali, appoggiati contro lo stipite e componi ‘sto cazzo di numero, presto Irene. Troppo tardi: sei svenuta. Stai tranquilla, non è ancora tempo per morire. Un aborto spontaneo, Irene. Eri avvolta da un’altra vita senza neppure saperlo.
Nessuna parola, in suono e senso, è mai se stessa. Questo è meraviglioso. Ogni parola è mutamento. Il panorama che propone è sfuocato, attestandosi sempre, la parola, sul bordo di se stessa e di ciò che la trascende: e ogni parola non basta mai (confonde, più che decifrare). Il balbettio, l’afasia, l’incompiuto sono consustanziali alla parola poetica. Inoltre: ogni parola comunica sempre altro; dietro ogni esperienza c’è l’altro da sé. Ogni poesia, per dirla diversamente, non potrà mai essere soltanto per se stessa (l’autonomia della parola è impossibile). E allora, anche quando scrivo di me stessa, sto in realtà anche scrivendo della storia sociale degli esseri umani, pur nell’incertezza dei bersagli e nella certezza delle infinite mediazioni.
Quest'ultima parte è in contraddizione con l'esordio. Ma sono giuste entrambi.
Rovine, altri pensieri
March 29, 2006non invoco il buon gusto
il bello è l'eccesso
l'estetico, anche nell'erotismo, è senza contenuto
l'armonia dell'erotismo soft è falsità
manca di sperma, di piscio, di saliva
rimuove cioè l'essenza del sesso
nell'eccesso è l'affettivo che prende il sopravvento
eccitarsi: sgorgare senza limiti
eccezione, esperimento
ciò che conta è il controllo delle passioni
non spettacolo, né scandalo
tendere verso l'impossibile
nel sesso impossibile è il godimento
se il godimento è mancanza
dopo l'orgasmo c'è una pausa
prima del successivo, ossia quando questo manca,
c'è il desiderio
il sesso è insaziabile
l'erotismo soft, così alla moda, attribuisce al sesso
un valore quasi magico
il suo motto è: non mostrare i genitali
ma tolti i genitali cosa rimane?
faustus mentre scopa con margherita:
ah, l'inferno è ben questo e io non ne sono fuori
margherita mentre scopa con faustus:
adatto allo studio e veloce nell'amore
Rovine, in quanto pensieri
March 29, 2006una sola parola del mio racconto
una mezza bugia, ho confessato arrossendo
e sono fantasie notturne
o scorribande nel ventre deserto
femmina scostumata
urlando il mio piacere
cosa c’entrano le preghiere in queste discussioni?
due corpi possono donarsi
senza divino
certo, senza messia, senza lecito o illecito
donarsi al di là di ogni sistema
(la mia clitoride si allunga)
fitte brucianti e non resta
che lasciarsi penetrare
questa è ancora natura
o utopia anti-tecnologica
ogni notte è questo antagonismo
il sesso si incolla alla bocca
come possibilità
e non basta il corpo
e non basta l’amore
non sarò mai una sposa perfetta
allargare lo spazio tra le cosce
è fare cultura
il sesso è un nesso sociale
è linguaggio
nient’altro che ritmo alienato
non in sé, ma nell’uso
il sesso mi ha portato alla disfatta
il coito è de facto un disastro
l’appetito, il prurito eccitato, l’ardore avido
una forzatura della lingua
(la sua catastrofe?)
non c’è piacere senza sofferenza
di nuovo sesso? certo: sempre
in altra direzione
i sensi del senso
senza misura
metro irridente
segni senza volgarità
di nuovo? certo: concepire
senza nascita
senza rivelare dio, senza rivelare
vorrei godere di te tu non ci sei resta la mia voglia di te resta la mia fantasia
i tuoi sapori vorrei ciò che so di te smontarti e scoprire altro forse la poesia
la tua voce sentire il tuo sorriso vorrei provocarti senza lasciarti andare via
forse più avanti
il mio appetito insaziabile
il sesso spalancato
la mia nudità
sbriciolarsi
monte di venere mare trabocca corpo squarciato e la mente
una carezza intensa lingua nel mio sesso folle godimento
anfratti diversi dove la carne è oltremodo tenera
come un’esplosione il mio sesso prova piacere
verginità sfrontata e superba
il mio sesso
due spinte, due slanci
un mondo accettabile e diverso
la differenza che si annoda
il punto che si snoda
senza moda
(continua)
La testa della Medusa
March 28, 2006Innumerevoli sono i delitti di cui mi sono resa protagonista, e la crudeltà onnivora che ha oscurato il mio spirito chiede giudizio; ma raccontare le teste tagliate, i ventri squartati, le mani mozzate, i corpi di bimbo sciolti nell’acido, gli incredibili massacri a colpi d’ascia, gli avvelenamenti, le fucilazioni, le lapidazioni, le torture inflitte, i crani sfondati da pietre, e le fiamme appiccate alle case e le serpi infilate nei letti e le frecce scagliate e i feti fatti annegare e i coltelli ficcati negli occhi di donne imploranti e i gorghi di sangue in cui sciacquavo le mie carni, raccontare ogni delitto senza prima menzionare lo stupro che io, Medusa, l'unica mortale delle tre Gorgoni, sarebbe come raccontare una storia stanca, incapace di emozionare. Voi mi conoscete come colei che trasforma gli uomini in pietra. Quanti di voi sanno dello stupro che ho subito dietro l’altare del tempio di Atena? Quanti sanno del mio sacrificio? E chi tra di voi sa che il mio corpo di vergine fu offerto a Poseidone per addolcire le ire di Atena? Medusa, il terrore degli uomini, è stata un tempo una giovane bambina; una bambina titubante nella fede, festosa alle feste, capace di sedurre il più bello tra i ragazzi, piena di umana fiducia, solenne nel passo e con il corpo acerbo di quindicenne già desideroso di conoscere la semplicità del sesso. Ora sono ridotta a testa senza corpo; ora sono questo relitto di donna a cui è negato il piacere più bello per una donna: disporre del proprio corpo; ora la mia testa se ne sta infissa come ammonimento alle porte della città, affinché famiglie e tribù, singoli e gruppi, discorsi e atti, e infine gli aliti sentenziosi e critici, facciano tesoro di questa decapitazione: che nessuna indisciplina, che nessun disordine o rumore per nulla, che nessun grido o verità si faccia pubblica, che nessun disprezzo esca allo scoperto e che tutte le cose siano omaggiate con pudore poiché nessuno può porsi al di là della Legge. Ora vogliono usarmi per ridurre in silenzio tutte le donne. Per questo, con squilli magnifici di tromba, mi hanno tagliato la testa, separandola per sempre dal mio corpo fecondo. E il sangue, tutto il sangue che ho perso sotto la scure, tutto il mio sangue-testamento, tutto quanto di sanguigno m’è uscito dal collo, anche l'eroe Crisone e il cavallo alato Pegaso, che si trovavano nel mio grembo caldo, e tutto il mio eccelso sangue rosso rosso-lingua rosso-bandiera rosso-forca rosso-uncino precipitò agonizzante e diventò fluido universale. I miei delittuosi pensieri, e la mia lascivia, nascono dalla mia ansia di vendetta, lo ammetto. Ma la vostra coscienza non è salva. Ora riversate su di me le vostre paure. Io, Medusa, donna stuprata da un dio, con faticosa crudeltà, con slancio umano, ho cercato di demistificarvi, togliendovi gli abiti di esseri divini per mostrarvi come bestie. Per questo con candore mi spogliavo davanti a voi, mostrandovi le mie delicate parvenze: battito dopo battito, tessevo la mia vendetta. Diventai lo spavento e la minaccia degli uomini. Diventai il ragno femmina che intrappola e divora i maschi che si accoppiano con lei. Diventai la falce che recide la metafora del maschio-padrone. Diventai colei che racconta storie che non si possono udire, storie di sforzo femmineo, di corpi e di croci, di segni-lapidazione, di veli rituali, di solitudini e di servitù aberranti. Diventai il suono della vendetta, il suo senso, il suo eloqui garbato, la sua commozione, il suo sbocco sonoro. Diventai la guerra che cerca la sua pace. Ma il rito ha chiesto la mia testa, e con paziente sforzo Perseo, figlio di Zeus e di Danae, con ingordigia tipica del maschio mosse la sua mano verso al spada e, volgendo lo sguardo indietro affinché non restasse folgorato dal mio, aprì il mio collo con gesto deciso. Voi dite che un dio, per di più figlio del dio più importante tra gli dei, avrà avuto senz’altro i suoi motivi per compiere un gesto tanto efferato; ebbene sì, li aveva i suoi motivi: per accontentare colui che lo aveva cresciuto, il tiranno Polidette, volle offrirgli come dono nuziale la mia testa decapitata. La mia testa come dono di nozze. In fondo, ero diventata famosa proprio perché, con lo sguardo, impietrivo il potere del maschio, gli impedivo di essere tale, di esercitarsi. Che cosa poteva inventarsi il maschio se non il matrimonio come l’istituzione della disciplina domestica? Da laboratorio di libertà venivo ridotta a simulacro di paura. La mia testa esposta per insegnare alle donne il pericolo insito nella loro capacità di vendicarsi. Un totem negativo. Un segnale di pericolo. Una segregazione esposta alla luce. In questo spazio sociale, in questa fredda comunità, bisogna che il mio atto di resistenza, ma anche le sue motivazioni, siano indeboliti e repressi sul nascere. In ogni uomo io vedevo l’uomo che mi ha stuprata. Ho imparato le delizie dello sguardo, e ho imparato dai ragni l’acrobazia del corpo, stando in equilibrio su precipizi spaventosi; ho appreso da prostitute in esilio l’arte di trattare il sesso con maestria e i riti propiziatori dell’orgasmo; ho catturato degli sventurati per provare l’ars amatoria dal vivo e loro crollavano al mio cospetto, incapaci di reggere il confronto, e come impietriti sono, infatti, per lo più restati, mai più riprendendosi. È per questo che sono diventata una ricercata. Ogni mia apparizione era la fine del mondo. Usavo l’amore, e soprattutto l’amore genitale, come strumento che irretisce e annichila l’uomo. Il mio nome creava lo scompiglio nelle famiglie; incarnavo la possibile vendetta della donna, la sua frenesia liberatoria; il suo ottimismo della volontà; la sua fosforescenza profetica; la sua azione sorgiva di nuove istanze. Ero diventato un mostro con fattezze di donna: è tutta mostruosa – scrive uno scriba – e concentra negli occhi la sua arma fondamentale. Fissare Medusa – scrive ancora costui – è perdere nel suo occhio, la vista, trasformarsi in pietra dura ed opaca. Per il gioco dell’incantesimo, colui che guarda è strappato a se stesso, privato del suo proprio sguardo, investito e invaso della figura che lo fronteggia. In sostanza, attraverso il desiderio sciolgo le membra del malcapitato, allento le sue difese, quindi muovo all’attacco, lasciando cadere le sue vesti e avvolgendolo con la morbidezza del mio corpo, quindi, mentre gli sto accarezzando con gesticolazione precisa il membro virile, quando dunque lui è del tutto appollaiato tra le mie braccia, me lo porto dentro e gli faccio conoscere la cupezza tenebrosa dell’inferno. Incapace di resistere a tanta frenesia, e di reagire con la stessa forza vitale, viene preso dal panico e, dopo la terza o quarta eiaculazione, di fronte alla mia ennesima e instancabile manovra coitale, crolla a terra con gli occhi sbarrati, implorando pietà. Il mio sguardo paralizzava la virilità maschile. È per questo che mi hanno dato la caccia e decapitata, lasciandomi esposta qui, alle porte di questa città-carcere. Come un grande oracolo vuoto che echeggia di una punizione tremenda.
L’ospitalità
March 28, 2006Ancora Mara, sempre ieri sera. Sempre più libera, Mara, sempre inventiva, molto al di là della sfera dei rapporti quotidiani, non priva di affanno e col culo stupendo. Sodomizzami – dice fragrante come il pane. Sei ubriaca – le ho detto ridendo. Toccami l’ano, senti com’è aperto – dice; possiedimi, nessun uomo lo ha mai fatto; ficcami quel grande pene rosso dentro, segna il mio didietro prima che vada in rovina; con ironia, se vuoi; dolcissima, ti prego, fallo ora o soccombo dal dispiacere – e mentre parla mi infila la lingua in bocca. Chi ti ha dato questa bestia? – chiedo io giocando con l’oggetto miracoloso. Me lo hanno regalato le mie colleghe per il mio compleanno. Lo uso spesso, quando sono nella vasca, persino in ascensore. È ruvido, va lubrificato. Mettitelo nella vagina, leggermente, come cantando una litania, bagnalo con amore, poi inculami – e si volta, poggiandosi sulle ginocchia e piegandosi per mostrarmi il culo. Guarda il buco del mio culo com’è eccentrico; ho il culo di una regina, eccellente zona di conquista; è vano sfuggirmi, Irene, lo vuoi anche tu, almeno per curiosità; irrompi in questo cono d’ombra, opera con semplicità, impennati, mescolati alle mie vene fluenti e calibra il gesto, andiamo, un su-e-giù perfetto, come una prelibata follia. Mi incammino con quel simbolo verso l’apertura, mi fermo sul fil di lana, spio in quello strano passaggio rettale, ne ausculto gli spasimi, ci verso sopra la mia saliva per aprirlo ancora di più, c’è un barlume di libertà, laggiù, una libertà impropria, sospesa tra un divertimento impeccabile e una esagerazione senza ragione, c’è anche roccia, tanto è dura l’entrata di quel luogo vacuo. Forza, Irene, spingi – dice lei sconvolta dal piacere. Io applaudo a tanta generosità, a quell’ano estensibile, a quella tomba di re. Comincio a sciogliermi, quella bocca dell’inferno mi travolge e attrae e seduce. Infilo la lingua nell’ano di Mara e voilalà lei si apre e vibra di piacere – ah! ballata onirica, trombata vertiginosa, bivacco orgiastico – le allargo con le mani il foro ospitante e le infilo dentro il grande pene rosso e entro dentro quella galleria irrimediabilmente violata e tremolante e il valico è superato in un istante e viva il culo e viva il lento godere di lei e me che proclamo a voce alta la gioia totale di questo servigio.
Improvvisazione parte II
March 28, 2006Questa non è arte: – è un dramma quotidiano, è un’invenzione, o un labirinto senz’altro deteriore, una azione piena di imprevisti e di frammenti riverberanti e piena di vizio, fatta come per entrare strepitosa nella cronaca quotidiana, senza salario, senza consumo, senza ciclo salvifico, senza purezza: – questa non è arte: – è sconforto che discende lieve e silenzioso e licenzioso, è un senso majakovskijano o un deserto jabésiano o una resistenza pasoliniana, è una scarna resistenza, razionale senza solennità, casuale senza john cage, contratta e poco innovativa, è una resistenza che cerca la strada per uscire dalla palude, dallo squallido, dal mondo di rapina: – questa non è arte: – il tema coincide con lo scatto strutturale, i segni non sono diagrammi maturi, il fare esclude il rappresentare, l’idea si conclude nella lingua, il corpo striscia e determina le parole, le parole vanno fino alla fine del mondo: – questa non è arte: – una frusta uterina scossa con pazienza dall’arduo e inquieto premere del palo caparbiamente politico che irradia la ferita sino all’alba: – questa non è arte: – non è bellezza, non è soggetto, non è fuga, non è pensiero, non è eternità, non è sofisma, non è creazione, non è: – questa non è arte: – latrina flagellata, sdegno che penetra, scarto fulminante, veemenza di merda: – è groviglio di tenebra, è quiete impossibile, è torbido silenzio, è morso contraddittorio, è un’offerta rituale fatta davanti al tuo corpo assente. Sono rannicchiata tra le lenzuola, nuda, tutta ammaccata. E sono in collera con me stessa, dopo aver ceduto alle avanches di Mara, sopra di me a cavalcioni tutta la notte, penetrandomi con un fallo di gomma inumidito dai succhi della sua vagina, Mara dalle belle gambe, maestosamente piegata sul mio pube, una forza della natura con quella specie di cazzo rosso tra le mani, enorme, dopo che ho ceduto alle sue cosce facendo innalzare i miei capezzoli, in collera, ma soddisfatta. Tornando da Modena mi ha raccontato di tutto, degli uomini che ha conosciuto, del suo viaggio a New York, del nonno poeta morto la scorsa settimana, dei suoi capricci, delle sue voglie soddisfatte con un grande fallo rosso. La mano sapiente di Mara ha cominciato a vibrare già durante il viaggio. Io guidavo, lei emetteva scintille. Uno sguardo dolce, abbastanza dolce da incrinare le mie resistenze. Strapparmi i veli non è così difficile. Manipolando il mio collo, e raramente scendendo verso i seni, mi ha eccitata come lei sa fare, dolcemente e con improvvise accelerazioni, armonia e caos, folgorazione e dolce riposo. La mano scendeva e il mio sesso si gonfiava, conosce il percorso e mi sfaldo. La macchina sbanda, riprendo il controllo. Adesso basta, Mara – dico. Smettila altrimenti ci ammazziamo. Morire così, nell’impurità, pensa che sballo – dice lei. Morire prendendo tra le mani il tuo triangolo generoso, cogliendo il tuo spasimo, completando un accordo senza radici. Mara smettila, mi distrai e la strada è bagnata – e anch’io lo sono, la mia grotta rossa, la mia buca desiderante, la mia febbrile esaltazione si abbandona al rimescolio della dita, Mara smettila – o mettila dentro tutta, la tua mano, fino in fondo, mettimi fuori uso, definitivamente, ricama un orgasmo pericoloso, celebra questa offerta – è pieno di tir, adesso ci schiantiamo – respira piano, rilassati, Irene non farti prendere dal panico, guarda la strada, sentimi soltanto, rallenta, accodati a quei camper, presto cadrai in frantumi, io sarò la tua sorpresa – non ce la faccio, Mara smetti, ti prego fermati e continua, ecco lo spasimo e le contrazioni. Ogni strada è inconcludente, nonostante la disponibilità. Il precipizio corre più veloce di noi. Un atto straordinario, la sua mano in auto, poi a casa sua, arrivate di notte, stanche, vitali, dominate dall’inclinazione alla sessualità intensa, stendendo i nostri corpi uno sopra l’altro, finché lei tira fuori dal cassetto questo grande fallo rosso, di gomma, e io permissiva mi faccio scopare contestualmente, agonizzando nel processo erotico tutto femminile, trafugando dai ricordi il tuo viso.
Improvvisazione
March 28, 2006Serie debordante: – stupenda piroetta, acrobazia veemente: – serie tumultuosa: – negazione colta in fragrante, o lingua sonora e contro-senso, segno irascibile: – serie catacombale: – erezione inimitabile, l’amore assurdo del nulla, l’amour écrit je t’aime: – serie provvisoria: – un azzardo arioso, un cominciamento al contrario, una divisione, un’altra discesa agli’inferi, una teoria orgasmica, una voce magnetica, una irradiazione frustrante, una tundra di parole: – serie penetrante: – forma mistica di sangue pulsante, piccolo delirio di carne, la cappella è afrodisiaca, ressurrectio mea, energico clamore che splende imitando dio, faraonico cazzo di pisciata calda, scorza senza narrazione: – serie fonematica: – apparizione convulsione scossa viziosa trama tremante abbuffata schietta intima rissa senza pudore con ardore rivelando l’ebbrezza il furore galoppo possente (explosion in élévation) demoniaco sperma traboccante una chance la tua performance: – serie friabile: – fertilità, perforazione, recipiente, udito, disordine, petit corpusculum stérile: – serie sorniona: – sono nel mio recinto, in fondo sono reclusa per mio stesso volere, aspettando un graffio sulla schiena, e ho scritto sul foglio trame non concluse, improvvisando: – serie senza fondamento: – questa non è arte.
Un’altra occasione
March 27, 2006Modena, ieri pomeriggio, con Mara. Andiamo a vedere la mostra sull’informale. Burri, Dubuffet, Vedova, materia impregnata di vitalità. Sequenze di alluminio, radicale alterità. Pittura gestuale. Burri visto dal vivo è fantastico. Il suo Sacco del 1954 è senza alcun dubbio una fica vista da fronte, quando la donna se ne sta con le gambe larghe e si offre alla visione magica. È il mio istinto a cercare una figura, ed è la mia perversione a vederci proprio il sesso femminile. Ma quella traccia di rosso sulla juta, quella grafia così precisa del rosso sulla juta spiegazzata e rabberciata e bruciata, quel nero nella parte alta del rosso, quel ritmo del rosso spontaneo, la profondità eccezionale di quel rosso maestoso, quel silenzio attraente del rosso che non si risparmia e fissa la scena umilmente, è come se stesse segnando il cosmo femminile. Quest’opera evoca un prototipo incredibilmente ricco, direi totemico, come se l’artista stesse cercando un modo di rappresentare compiutamente la fica assoluta, e non già come mondo a se stante da conoscere, ma come semplice suggerimento percettivo. La mostra non è grandissima, ci sono opere molto belle, anche se io resto attratta da questa unica essenzialità, dalla forza di Burri di costruire, attraverso l’architettura di materie povere, un luogo mentale di incomparabile bellezza. Allora, Irene, hai dimenticato? – mi dice Mara. Dimenticato cosa? – faccio io. Il gusto del tuo attore – dice ancora lei; i pernottamenti tra le sue braccia, l’eleganza della sua anima-corpo, il suo cazzo di granito, la poesia scritta nel tuo grembo, tutto di lui insomma. Non ho dimenticato e mi sto esaurendo – dico io. Ieri ho sentito Luca – dice Mara. Luca? E cosa voleva? Voleva sapere di te; è ancora innamorato; vorrebbe toccarti ancora, sentirti vicina, ritrovare il tuo odore. Sì, certo, Luca è giovane e bello e ricco e forse gli voglio ancora bene, però, davvero Mara, i miei polmoni sono saturi di un altro respiro, ormai. Lei mi prende la mano e dice: ma se tu stessa lo definisci l’amore impossibile; che senso ha continuare a farti del male? Lui non tornerà. Magari lo farà di notte, di nascosto, ti porterà dei fiori e il suo stelo ti starà tra le gambe una, due ore, poi? Poi ti sveglierai e sarai di nuovo sola, tu e le cicale, tu e il tuo sudore, tu e il tuo senso di abbandono, tu e il tuo corpo nudo da far rientrare nella norma. Luca è stabile. Lascia perdere, Mara – e mi dirigo fuori dal museo. È inutile – faccio io voltandomi indietro – mi attira anche se mi spaventa, e poi non ho risposte certe. È come se l’opacità del velo che si frappone tra me e lui mi rivelasse me stessa, quello che sono veramente. Lo stai sublimando – dice lei. Non credo; e poi il sublime ambisce a rappresentare l’illimitatezza. Qui tutto ha un limite, che io tra l’altro conosco molto bene, toccandolo per mano giorno dopo giorno. Io so cosa è reale del nostro rapporto e cosa è soltanto immaginato; e lui ha connotati ben precisi, reali, per quanto differenti da ogni altro reale. Lui non è trascendenza; lui è carne. Vedi, Mara, il mio desiderio è solo quello di distruggere il limite che mi separa da lui, e non quello di superare la finitezza. È una questione di distanze. Se non lo dimentico è perché voglio ancora giocarmi l’occasione di ridurre queste distanze, di arrivare al punto di crisi dove io posso spingermi oltre me stessa e lui lo stesso; il punto esatto dove conferma ciò che è, la rete di rapporti convenzionali in cui vive, oppure profila un altro universo, magari informe, ma non vuoto. Cerco la mia occasione …
Nascita della scrittura
March 27, 2006Non subire il tempo, ma trafiggerlo. Uscire dalla lingua piatta del romanzo. Scagliare parole come poesia senza metro, prosa poetica senza a-capo consolanti. Tema – lingua – poesia. Fabula (senso) – linguaggio – energia creativa. Tutto è concesso, ogni franamento formale, ogni argomento proibito, ogni invenzione. Lo stato interiore – l’interiorià sentimentale – va adoperata solo se capace di trascendere il soggetto, solo se è correlata a significati più profondi, solo se riguarda il tutto-mondo. Polimorfismo del disp-piacere, oltre la paralisi interiore; mandare in corto circuito il sensus communis; non bisogna evitare la contraddizione; l’ossessione della morte comporta la ripugnanza della non-vita. Non è una fede, ma qualcosa di molto fisico. Scrittura del corpo, parole di pietra, creazione terrosa. Ebbrezza vorticosa dell’informe. Movimento senza fine tra allegrezza della scrittura e la nuda violenza del tempo. A partire da questi accenni di estetica, il mio libro riparte. Come spieghi, tu che mi sfuggi, questa “economia sacrificale” in cui ciò che guadagno come esperienza e in trama coincide con la perdita di ciò che amo? Ho l’impressione di avere a che fare con il mio limite, e con il limite stesso della scrittura, e cioè con il fatto che svelandoti, nominandoti nella tessitura delle parole, io proceda nel mio disfacimento, constatando l’impossibilità del nostro rapporto in termini di continuità. Disperazione assoluta, dal momento che, pur non potendoti avere, non posso smettere di tradurti in scrittura. È da questa sensazione di inadeguatezza che nasce l’immaginazione. In fondo, non è, ogni scrittura, il rapportarsi alle costrizioni e ai divieti?
Se non ci sei
March 26, 2006All’inizio il tuo sguardo / senza veli, un accordo / al limite, un sudario / senza realtà, una deriva / del dono. / Questo errore non convenzionale, / questo perdersi con sacrificio / del corpo, abbraccio glorioso / corpo come spina o dono / avvelenato. / Al di là dell’amore. E al di là della paura. / Un boato. Lo strepito / improprio ha dato scoramento, / brividi di freddo, vomito; / il timore di essere toccata / dal fallo originario, padre nero, / fallo smisurato. Non appartenersi, / senza scampo. Penetrarsi / perdendo i confini; / è lo svuotamento, è ospitalità ostile, / è franamento. Come estremi / in congiunzione negativa, / abbracciati nel deserto / diciamo alla fine della res publica, / come larve squarciando / l’involucro della communitas, / declinando l’incrocio / risonante oltre la storia, coito / terribilmente esplicito, / malinconico. / Chi ci protegge? Chi ci accompagna? / Siamo impotenti, esonerati / dal mondo per un attimo, / siamo primitivi nella nostra nuda / letterarietà, nel rito necessario / decifrando una riga di libertà / nella rinuncia a convivere. / Siamo soli.
Questi versi li ho scritti dieci minuti dopo che te ne sei andato. Sono una tragedia estrema, al limite dell’intelligibile, un gesto senza ascolto. Vorrei tendere al silenzio.
Con questa nuda e pura, terrifica natura / con questa fica mirabile e smarrente, / ogni cazzo meno il tuo è misera convenzione / rito, finzione, scopata senza esaltazione.
Questi versi sono invece un’impostura, nel senso che ho mimato, modificandoli, alcuni versi di Consolo. Come questi che seguono, copiati e qui proposti per mostrarti la mia alienazione. Per causa tua, ogni cosa ha perso il suo valore, anche il coito è ripetizione senza piacere: ululati senza godimento, appunto.
[...] Emetto ululati, guaiti, belati, singhiozzi.
Ermetici suoni, versi bestiali o ululare
del vento fra picchi, gole o accordi
d'arpa eolia, cembalo, siringa o il silenzio
come il tuo di pietra, creatura mia,
solo questo è degno, la tua cruda assenza,
la tua afasia, la tua divina inerzia. [...]
Un testo, questo, che si capisce al volo, senza bisogno di traduzione. Ma sei lontano, e solo questo posso dedicarti, solo questa poesia di cenere. La mia bocca ha l’alito della morte. Se approderai di nuovo tra queste rocce, attento: ti strapperò alla gioia con la mia lingua volgare. Due lingue, una lingua sola, una processione di lingue, un unico desiderio. Potrò mai rinunciare al tuo cataclisma armonico?
Mi rimane la strada percorsa, i fossi attraversati, sentire le tue mani tra le cosce, l’odore dello sperma, il pene che s’affloscia dopo l’ingoio. Mi rimane la maglia che hai dimenticato a casa mia, e il gesto banale, già visto in televisione, di me che l’annuso cercando una tua traccia. E il catrame che ricopre la mia vulva, anche questo mi rimane. Spaesamento come realtà. Ricerca linguistica senza sbocco, senza dimensione sentimentale. Perdo ogni riferimento, ogni passione. Scriverò una tragedia in versi, per donartela. La reciterai solo per me. Sarà l’ultimo mio libro; inizierà con questa frase: «Alle vulve evidenti, alle vulve soddisfatte, ai seni sodi e fieri, alla sontuosità del sesso, al bassoventre in fiamme, alle bestie senza pudore, alle gioiose nudità, alla verginità superba, alle fiche pulsanti, alle galassie di carne, alle viscere sorridenti, ai cespugli odorosi, alle radure tra le gambe, ai respiri affannati, alle passere gonfie dedico questo poema risonante, questo pene di parole, questo pilastro eretto con le frasi, questo colpo di scimitarra nel vuoto. Questo giovane poema è per te: toccami e vedrai come sono eccitato. E poi, quando inizia ogni pulsazione, là dove le mutande sono ormai abbassate, quando s’apre ogni grotta, comincerò a bisbigliarti i più strani versi, i più audaci, divorandoti col canto sino al punto dove le tue pareti grondanti avvolgeranno il mio membro ritto, noi senza corruzione nel legame sempre lecito, senza requie nella prigione perfetta».
[...] Dopo è l'arresto, l'afasia. È il silenzio. [...]
Una sorpresa
March 25, 2006Una sorpresa, una situazione imprevista, tu, affascinante e superbo attore, sei apparso senza zavorre alla mia porta, grandioso, senza finzione, tremendo come un angelo. E così, sulla porta, appena aperta, prolungato e senza spiegazioni, ti ho baciato, con veemenza, vibrando, da gran condottiera delle lingue spettacolari, incalzando la tua. Non ti sei tirato indietro. Stregoneria d’attore. Ansimando la mia interiorità, con gli occhi chiusi, incontrollata, al di là di ogni riserbo, rapida, sintetica, fissandoti negli occhi, con fragranza di voce gli ho detto: – accetto il rischio dell’infamia. Lui puntuale mi ha risposto: – rilassati, sono qui per te. L’espressione del volto era di fatica. Ha aggiunto: – il ritmo dev’essere comune e i corpi concentrati; abbiamo poco tempo; gioia, dolore, serenità, solo un’ora per la nostra risonanza, poco per concepire un abbraccio grande; urla, ansima, io poi fuggo e tu riprendi ad inseguirmi, sino al prossimo incontro fugace, sino al prossimo rischio. Sono contenta di vederti – dico io gambe all’aria. E la sua voce mi incalza: – inseguimenti e placcaggi, baci, miracoli, poesie: dammi un altro bacio, dammene altri cento, scatena il tuo ritmo, apri la tua cavità, spogliati, attorno c’è molto gelo, spogliati con cautela, come uragano spazza questa solitudine, inizia ad affrontarmi a viso aperto, scopami così, come bestia oscena, cercando febbrilmente di liberarti di me, senza pietà, prendere o lasciare. Sei la vera attrazione – dico; sei straordinario come un matto, sei il contrario dell’autocontrollo; rifondi lo spazio e porti il bello alla bellezza: montami in groppa come ciclone, allargami con le dita il didietro, questa è la vera attrazione. Unico, discreto, delicato, intenso, indimenticabile: ecco cos’è il tuo cazzo d’attore.
Come un quadro di Burri
March 25, 2006Come perdersi in libreria. Bologna libreria Feltrinelli: il mercato estende le sue performance. Crisi, crisi senza crisalide – sexuation du temps: cento colpi di spazzola senza enigma, mercato onnivoro, senza uscite di sicurezza. Diversificare gli scaffali: la fine è il mio inizio; o è l’unica recherche? o è l’infinito viaggiare a passo di gambero cacciando aquiloni? Questa storia è di nessuno, questa storia di umana fiducia non ha equilibrio, questa storia senza poesia. Quando inizia la fine? Parole tramandate con le peggiori intenzioni, senza traccia, senza morte, senza dionysos, senza umiliazione, senza infedeltà, senza cicatrici, senza miracolo propiziatorio: parole inequivocabili, fiere di esserci, di apparire nel gioco perverso delle entrate e delle uscite, parole nullificate, sterco senza alterco, liquame putrefatto. Se Volo è filosofo, uccidiamo i filosofi. Se Barbye partorisce taciturna un altro colpo di spazzola, legalizziamo la sterilizzazione. Se Piperno è il caso dell’anno, aboliamo il calendario. Se anche i Moccia sono scrittori, seppelliamo gli scrittori sotto un oceano mare di letame, e dal letame si sa nascono i fiori. E se Moccia, ancora lui, si permette di scrivere frasi del genere: «quanti nuovi amici, quante amiche, quante nuove belle storie d’amore, e quanti piccoli o grandi pianti sono stati confessati…», allora, davvero, assumiamo carnefici, torturatori, inquisitori, costringiamolo a mettersi in ginocchio e a offrirci come ultimo desiderio altre frasi di questo tipo: «Un uomo con un po’ di pancia corre sul lungomare ansimando, cercando di ritrovare la sua forma, la sua giovinezza un po’ perduta, quegli anni, che come e’ normale che sia, anche per lui stanno passando», dopodichè zac!, un taglio netto e via la lingua e chi è in grado di capovolgere la lingua si faccia avanti, torni indietro, si riprenda i coktailes délirants e il silenzio, il rifiuto della lingua e la lingua del rifiuto, e in tal modo, con tale scatto di reni, con la foga e senza titubanza, coniugare in frasi desideranti una visione catastrofica della lingua, della tragedia contemporanea, della crisi, in una risoluzione allegorica, come un quadro di Burri.
Vulva allo specchio
March 24, 2006Ti reclamo, ironicamente, con la mia stupenda vulva culla scavata in verticale, instancabile, licenziosa vulva, rompendo ogni tradizione ti reclamo (ah amo-o-o-ore ho gridato senza unità tonale: tra le mummie ho gridato accattivante, sino ad esaurirmi). Nel circolo vizioso reclamo il tuo fascino veleggiante, mi manchi-chi-chi-mi-manca-sei-tu (cantato come marcia funebre). In attesa atea, apro la bocca in canto e con lingua musicale io bella donna chiamo il maschio-verbum, in attesa non finita mi manchi l’attesa è afrodisiaca. Bel maschio sono aperta scalpita questa figura a intervalli irregolari è il mio luogo tipicamente femminile, questo itinerario vaginale, che sibila e ti attende seducente si protende eccitata. Attore mio spirito selvaggio mia banda vocale mio negro a lunga gittata del resto sono pronta riscaldata al punto giusto amato attore: ascolta, io lo spero, è la mia intima preghiera, preghiera e perciò ambigua, cioè potrei muovermi, venire da te invece aspetto aspetto finché il pensiero non prevale sull’atto, il sonno l’assolo femmineo masturbazione rozza. Aspetto e ti reclamo, aspetto e ti coltivo tra le parole, aspetto e faccio musica, aspetto: varianti per vulva compulsiva, ubriaca, rabbiosa, monotone varianti. Chiamami, anche durante la notte. Vulva stratiforme, fenditura ragguardevole, amuleto. Son qui, davanti allo specchio, ferita attendendo, sciogliendomi davanti a me stessa, schietta, pronta a rivelarmi, guardando gelida il vulcano che ho tra le gambe: che stupenda visione!
Incantesimo del nome
March 24, 2006A te che non ci sei, a te
come dedica questo poema
viscerale fiume dissolutivo d’ogni visione
a gola aperta, rabbiosa, in equilibrio erotico tra cielo e terra,
questo poema senza parole adeguate
è per te, o mio sogno
fluido, o mio legame orribile,
impossibile godere in tanta contraddizione
per te, mio mancamento
per te, mio camminamento licenzioso
per te, mio colpo di grazia
è per te questo fracasso
stagnante.
Prodigio, visione, ventre senza fine, antro robusto e sporco, tronco massiccio, membro poderoso, viscido, infetto, mi stendo su di te, sotto le nubi, sotto questo cielo carico di nubi di carbone, mio cammino voluttuoso, mi corico sui tuoi spifferi, sulla tua corte aperta, da est e da ovest, d’improvviso col seno e talvolta nello spazio immoto tra l’ascella e la schiena, corpo semplice, corpo complice, corpo sardo e infetto, corpo di mare, scrivendo solo con le natiche sul tuo corpo scosceso, scrivendo dunque con l’alito, con quello che so del canto, io cagna venerata che lecca il petto villoso del randagio ridente trovato per caso, ritto e crudele, trovato nella cicatrice, laggiù dove il sole si ritrae nella bocca, o maschio antico, mi appoggio al tuo ventre, cerco calore, adesso ti tocco senza legge, e cerco l’abisso, cerco il porto illuminato, lo squarcio, le onde febbrili, la risacca, la gigantesca e vuota isola spasimante, cerco quel che non trovo, misuro ciò che separa la mia mano dal tuo fondo oscuro, sprofondo nel tuo corpo riverso, diverso, arido, e senza direzione, come una litania soffocata, dico il tuo nome in segreto, lo dico come rantolo, nero rantolo di cagna vaginale, lo prendo in bocca, il tuo nome, e lo sputo crepitante, il tuo nome che non posso dire a voce alta, così continua questa storia di nomi fittizi, di matrici nascoste, di membrane che occultano, ora sono giunta ai tuoi piedi, sanno di sale, sono di sabbia, piedi dolci coperti di mare, più antichi dello scoglio, coperti di cozze e di alghe fetenti, piedi che guardano le mie labbra coperte di piccoli molluschi, coricata su di te, cercando dove finisci, dove cominci, guardiana del tuo riposo, e mentre tu dormi io cerco di trattenermi, tu dormi e io vorrei ricominciare, così nella stanza si sente la danza ipnotica delle mie dita, la mia virtù bagnata, le reni che s’incurvano, le gambe che si allargano, si sente il movimento felice delle labbra che si aprono, il fiume che scende, il corpo che si espande, tenendoti la mano e divengo il tuo sogno, il tuo nutrimento notturno, la tua gioia abusiva, tu lo sai, anche se dormi lo sai, mi senti, nel sonno, come fiammeggia il mio petto, come la rotondità dei seni s’indurisce, come si organizza la scena luminosa della gioia, ora mi lascio andare all’azzardo, bagliore tra le gambe, oscillazione propizia, senza spiegazione scorre la mano sulla tua pelle, evoco il tuo nome, nel silenzio, per mangiarlo, pietroso il tuo nome, si distacca ansimante dalle mie labbra, stavolta limpido, lo ricopro di fiamma e già invade ogni parte del mio corpo in calore, da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, il tuo nome si è incuneato lentamente tra i peli del pube, danza nel latte che lo inonda, io lo tengo finché posso, lui veloce mi sfugge e si insedia nel silenzio, prodigioso suono di vita, la mia cetra ora è carica, io sono sul punto di gridare, la lingua, la bocca, tutto sta per gridare il tuo nome, eccolo, sì, TU, TU, TU …
Tu sei il corpo che mi manca.
Other-direction
March 24, 2006Caro Ivan (e Andrea e Carla che avete posto quesiti simili), indifendibile è la letteratura che manca a se stessa, quella che appartiene, che è ufficio di un meccanismo che la determina non già come letteratura, ma come “recinto asettico entro cui stabilire una comunicazione trasparente o, magari, il contenuto da comunicare” (R. Esposito). Indifendibile è la letteratura che si piega ad un ordine pre-esistente di significati e di idee e di immagini e di soluzioni. Obbedire a impulsi esterni è allontanarsi da se stessi, diventando estranei al proprio corpo; la reticenza ad accogliere ciò che la trascende – una morale, un fatto di cronaca, una idea – è la forza della letteratura: perché la realtà accade nella letteratura come lingua. Il trauma del reale, la rete dei suoi rapporti oggettivi, le sue umiliazioni, anche le sue speranze, si misurano, nella scrittura, con la scrittura; le sue finzioni sono le sue verità. Indifendibile è la letteratura che pensa di rappresentare i mutamenti e le contraddizioni o, peggio, i sentimenti. Sottrarsi alle tentazioni realistiche, ecco la sua forza; sottrarsi alla sociologia, alla psicologia, al simbologismo mistico, alle “storie”. Ma sottrarsi a tutto ciò in quanto referente esterno, in quanto significato da inserire in una struttura, non è emettere solo suoni; è avere la consapevolezza che i significati sono già dentro la lingua. Indifendibile è la posizione di chi crede che, in letteratura, le vicende esistano indipendentemente dalla macchina linguistica che li produce. Ogni letteratura non può che essere realistica, per lo meno nel senso che, facendo parte di un contesto preciso, che è sempre storico, non può esistere in quanto zona “altra” dalla realtà. E in ogni letteratura, anche nella più insulsa e deprecabile, appare sempre – magari velata, ma appare – una visione del mondo, una ideologia; ogni letteratura, in quanto circolante in un contesto, non potrà che porsi con questo in rapporto. In un certo qual senso, ogni letteratura è allegoria: dice altro da quello che sta dicendo. Indifendibile è una letteratura che finga la possibilità di colloquiare liberamente, che non si ponga dubbiosamente rispetto a se stessa, che creda possibile usare proficuamente il linguaggio senza evidenziarne l’alienazione. Indifendibile è la letteratura che non dice con la forma del disturbo, che non si pone come differentia. In ciò sta la mia attenzione alle avanguardie: un libro è contraddizione, disse Blanchot; è uno scherzo indisciplinato; è una determinazione, in forma di lingua, dell’essere; è una relazione non dimostrativa, dunque aperta; è polemica contro la regressione soggettiva e l’idea di letteratura come evasione; è una spina nella carne; è un nichilismo sobrio; è un groviglio rigenerante; è un effetto micidiale; è una discordanza; è un gioco irrequieto, che si corrode mentre si diverte; è un balbettio barocco; è stare nella mischia, sporcandosi di fango e di sangue; è un esperimento anomalo, per certi versi non autorizzato, nascosto, intraducibile in un piacere che sia espunto da ogni crudeltà. E se il libro è contraddizione, non è mai soltanto lingua. Ma l’agitarsi scomposto della critica – proprio di ogni avanguardia – non va ricerca nei materiali semantici usati, ma nel modo in cui tali materiali si strutturano. Il linguaggio dell’avanguardia, parlando di se stesso parla della barbarie e di un’altra realtà possibile. Per il Moresco dei Canti del caos la lingua è tutto; il suo rifiuto dell’esterno è totale e l’opera, sempre incompiuta, non si realizza come movimento ritmico dentro-fuori. Per certi versi, non dice un’altra realtà possibile. Evita ogni parentela con una letteratura accomodante, però è come se evitasse anche di trovare risposte alternative all’incomunicabilità. In fondo, è opera mimetica della vita alienata. Questo è il suo valore, ma è anche il suo limite. E non mi stupisce che in altri testi (L’invasione e in parte anche Lo sbrego) rasenti il moralismo, come atteggiandosi a nuovo Pasolini. In lui i due momenti non convivono mai all’interno dell’opera: da una parte c’è la scrittura letteraria, felicemente autocompiaciuta dei suoi estremi; dall’altra c’è l’esperienza della vita di tutti i giorni, c’è la decadenza che impone di prendere la parola per dire No. Proprio perché nei suoi Canti ci sono delle pagine di una bellezza straordinaria, credo che se Moresco riuscisse ad avvicinarsi al dettato delle avanguardie, facendo diventare il rinnovamento della lingua anche un “rinnovamento sociale”, allora potrebbe scrivere il suo più bel romanzo. Certo, ho trovato poco elegante il suo intervento in difesa di Baricco – una difesa contraddittoria, magari, ma di fatto una difesa; inelegante non foss’altro perché Baricco è l’editore de Lo sbrego, ultimo suo libro (RCS Libri, Scuola Holden). Per quanto mi riguarda, chi liquida Baricco in una battuta fa solo bene, non meritando davvero più di due righe: perché Baricco è indifendibile, in ogni caso (è la restaurazione, per usare un termine caro a Moresco). Mi hanno regalato, qualche giorno fa, un libro che ha parecchie somiglianze con quello di Moresco. È La donna che non c’è, di Roberto Di Marco. Non conoscevo questo autore, e ho cominciato a leggerlo perché amo chi me lo ha regalato. È la storia di un amore impossibile; anzi: non è una storia, è semplicemente un accumulare parole per dimostrare l’impossibilità della letteratura. A differenza di Moresco, Di Marco non rompe la sintassi né mira a ritmicizzare all’eccesso le frasi gonfiandole di ripetizioni; abbozza una sorta di storia normale, facendola poi deragliare nel nulla, in una assenza totale di legame interno tra le frasi: frammenti incastonati che non hanno fine (che finiscono solo quando l’autore si ferma, e la cui unica finalità è l’atto di scrivere). Se in Moresco il boicottaggio della norma avviene rifiutando di ricorrere ad una costruzione riconoscibile, e come ammassando disordinatamente (il caos del titolo) i diversi pezzi di cui si compone l’opera, in Di Marco l’opera si costruisce per sfasamento, dove la normalità è spiazzata togliendo alcuni pezzi in modo da rendere la struttura indecifrabile. Certo, se questi autori vogliono dimostrare l’impossibilità di scrivere nel tempo della decadenza, ci riescono, essendo i loro libri “illeggibili”. Ma fortunatamente non è del tutto così; fortunatamente io riesco a cogliere di entrambi, pur nelle loro diversità, il lato costruttivo: queste scritture sono educative, possono aprire varchi tra le parole. Sono difendibili, per tornare al quesito iniziali. Magari non completamente, però lo sono. La letteratura indifendibile è allora quella che vuole soltanto costruire dimenticandosi di scavare il terreno fino in fondo, distruggendo tutto quello che non le permette di venire su in modo appropriato. Indifendibile è Vassalli, è la Tamaro, è Faletti, è Buttafuoco, è Carlotto, è Camilleri, tanto per stare sul più venduto; ma indifendibili sono anche Wu Ming e Genna e Scarpa e Nove, tanto per buttarsi a sinistra. Difendibile è invece La macinatrice di Parente. In questo libro non mi convince la vicenda, in particolare il finale dove Elena viene svelata come prostituta; troppo prevedibile. E non mi convince la lunghezza; tutto poteva concludersi 100 pagine prima, dando a tratti l’impressione di un divertimento stancante. Ma l’esito del romanzo è notevole, aperto a soluzioni formali volutamente paradossali rispetto ai canoni in corso. In quest’opera mi affascinano le piccole divergenze sparse qua e là nell’incedere del racconto, in particolare ho trovato ottima l’analisi del porno come finzione (pag. 314 e 315); visto che nella Vagina’s World, l’immenso mondo virtuale che è al centro del romanzo, ogni eccesso sessuale è naturale, senza finzione, ed essendo la letteratura finzione al massimo grado, ne ho quasi dedotto che per Parente l’arte non può che essere pornografica (ed io concordo, concordo pienamente). Alcuni, solo perché scrive sul Domenicale, lo considerano di centro-destra; e lui probabilmente si considera veramente così. La sua scrittura invece, per quanto mi riguarda, mi sembra ben più democratica che quella di chi si professa anti-anti. A pag. 61 della Macinatrice c’è addirittura una irrisione della nostalgia per il fascio che fu. Ecco, a tratti questo libro è grottesco, corrosivo; che sia, il suo vero senso, l’irrisione della letteratura contemporanea? Un altro libro difendibile. Mi fermo qui, amici; vi prego, Ivan, Andrea, Carla, non prendetevela con me se tralascio qualcuno; io leggo quello che posso e molto mi sfugge. Soprattutto mi sfugge come negli elenchi letterari manchi uno come Enzo Moscato, plateale e istrionico Enzo, dalla scrittura traboccante di oralità, lui attore – ah, quanto amo gli attori! – che scrive col corpo espellendo pus, sperma, cacca, materie indicibili. Perché non lo nominate mai? Forse perché vi ostinate a praticare la separatezza tra le scritture? Ma di questo un’altra volta.
Hai ragione, Ivan; il postmoderno è la stessa ruota di prima con un nome diverso. Però, prima, almeno c’era l’insorgenza delle escrescenze, aveva luogo la critica, si dava una letteratura come negazione. Questo mi manca; ho nostalgia dell’avanguardia, perdonatemi.
Scrivere la mia ferita
March 22, 2006Tu sei nessuno; o sei poesia. Sei una traccia insolita, una parola ferita. Ti ho ascoltato a lungo, finché sono sfiorita, amandoti prima e dopo, sino all’ultima lacerazione. Tu mi respingi, io ti rivendico. Un poema, sei la mia lingua intraducibile, voce crudele dell’abbandono. Sei il mio carnefice. E non sei – oh, no, proprio non sei – il mio soccorso. Parola di diamante, misura dello sguardo, forma imprevedibile, sei il fracasso festoso dei naufraghi che vedono una nave all’orizzonte, sei il marinaio sul ponte che dà l’allarme, sei la lancia di salvataggio; ma sei anche la delusione della tempesta che allontana tutto sino alla prossima occasione. M’hai strappato alla noia per regalarmi alla disperazione. Sei il pugnale con cui ti ucciderò. Ma ti ringrazio del messaggio di stamattina, davvero grazie. Smettere di scriverti? Come potrei. È come augurarsi che la mia condizione di donna cessi: senza la scrittura, cosa mi resta? Tutto il resto, certo. E il resto è ben più che una pagina. Ma smettere è come divorziare da se stessi. E poi, amore, mi vuoi costringere ad amare un mostro? La scrittura è per forza questa evocazione di un qualcosa che non c’è, deve per sua natura agitare nella finzione un nome; eppure, lo sappiamo entrambi, dietro ogni nome c’è una cosa reale, ci sei prima di tutto tu col tuo corpo, ed io a quello aspiro, al tuo corpo caldo e traboccante di sperma, al tuo lucido irrompere nel mio brivido, alla tua innegabile bellezza. Quando c’è coincidenza tra la scrittura e l’essere allora siamo nel campo della perfezione, rasentiamo l’opera d’arte; noi, vedi amore mio, siamo questa deficienza, questa sciocca esibizione di parole che sostituiscono ciò che manca, ciò che è assente (non essente, appunto). Con la scrittura mi protendo verso di te; non posso toccarti, ma posso raggiungerti lo stesso. È un incontro che non diviene mai abbraccio, ed è anche un sacrificio; però, amore, se non lo facessi, se ora smettessi di scrivere questo diario asinino, la storia continuerebbe ad infierire ancora di più su di me, lasciandomi esangue davanti ad un mostro che mi ama senza soddisfarmi; sventolerebbe, certo, costui, il mio nome come una bandiera, tuttavia resteresti almeno come interferenza. È bello vedere il corpo del maschio che si esibisce nudo davanti a me … Non mi basta più, amore, l’esibizione di virilità, voglio altro, cerco altro dal tronfio ragliare di un cazzo in erezione o dell’allitterare narcisistico di frasi innamorate. Eri ciò che bramavo, eri ciò che rendeva giustizia a tutto ciò. Eri troppo bello per essere vero. Dovrei dunque davvero appendere le parole al chiodo? Boicottarti, non cercarti più rintanato tra le frasi, non seguirti tra le immagini, non partecipare ai miei stessi sogni? Smettere di amarti, insomma. Non ne sono capace, e alla fine cedo alla mia stessa inaffidabilità. Atroce condizione, quella di amarti e non poterti avere. Ecco, mi sento seviziata dai fatti di questi mesi, e resto scettica per quanto accadrà domani. Ma insisto: continuo ad amarti, senza neanche il conforto di una speranza. E continuo a scriverti. Ogni parola è un annuncio funebre, è una lama splendente che recide la testa, è un cappio al collo; ogni parola traccia il tuo frastornante addio. Ricordi la stampa che mi regalasti a Piacenza? Una donna partigiana che entra trionfante a Milano, nel 1945. Una foto sbiadita, dove però si vedeva bene la gioia immensa che abitava il corpo della donna, e la sua mano forte che sventolava uno straccio al cielo, forma spontanea di chi sa di avere sconfitto la tenebra. Io potrò essere soltanto quello straccio rosso – mi dicesti. Io ti abbracciai; sapevo che eri la mia liberazione, ma sapevo anche che eri la mia sconfitta. Ecco, diciamo che la scrittura è riprendere ad abbracciarti, è ingolfare di nuovo la gola con nuove speranze, è alzare i pugni al cielo. È una vertigine contagiosa, splendida vertigine che lascia senza fiato e che ha il sapore di una ripresa. Domani, domani forse lascerò perdere, riaprirò domani il severo tribunale dell’amore impiegatizio e banale legandomi ad un mostro qualsiasi. Oggi voglio stare ferma sulla mia liberazione, anche se ormai posso soltanto scriverla. La vita, con le sue croci, è soprattutto fuori dalle pagine, non lo dimentico; è al di fuori di queste parole che si gioca il mio futuro; è là fuori che il reale disegna altri disgusti. Devo cercare – oh, quanta ragione hai – le mie delizie al di là dello scriverti, però, davvero, non riesco a farlo, e neppure lo voglio. È per questo che faccio prendere alla mia bocca la forma della festa ogni volta che ti scrivo. Scrivere è, per me, tenere in alto quello straccio …
Lettera sulla letteratura
March 21, 2006Caro Andrea, sono a disagio, certo, anche esasperata – e fors’anche innamorata; ma prima di dichiararmi sconfitta, credimi, devo cominciare ancora il mio massacro. Perch’io son io, Irene piccola e bella e scrivo facendo musica e abbassando le mutande, senza essere un’altra durante le ore e senza amicizie nel gran bazar letterario. Io sono scappata dal supermercato del sesso senza orgasmo, perche dovrei entrare ora in quello letterario senza letteratura? Scrivo a sproposito, secondo i precetti di nessun Dio; scrivo senza profezia, senza finalità, senza reputazione. E soffoco dal ridere quando le nervature d’un cazzuto letterato solcano i miei canditi; preferisco di gran lunga gli attori. E piantatela di gridare ai quattro venti, tu e i tuoi amici, di scrittura femminile del corpo e di altre amenità, nominando gentilmente sempre le solite, quella Sara Ventroni che ha scritto una Salomé inutile, inseguendo una vicenda già detta e un linguaggio sentito ogni giorno dalla fioraia. Maledizione a tutte le maledizioni, e imparate a scrivere, mi verrebbe da dire a queste tue amiche. Ma lo farei solo per distrarmi, visto ch’io ho talmente poco tempo per scrivermi che, davvero, proprio non mi sento di perderlo dedicando due righe, quand’anche corrosive, a queste spasimanti incapaci di aprire a dovere le gambe. Non ho niente da perdere, non ho niente da guadagnare; non ho matrimoni da celebrare, Andrea, e dunque non ho suocere da accontentare. Respiro a pieni polmoni, anche se ho lo sguardo appannato. La letteratura-morfina non mi interessa, figurati Gemma Gaetani! Se proprio devo trascorrere una serata a contemplar parole, allora scelgo quelle ispide – ma profumate e dolcemente gonfiate di collera – di Elfriede Jelinek, hai letto Bambiland? Una scrittura che non si auto-compiace, sempre aggrappata al suo esterno, e mai statica, mai ferma alle forme canoniche. Una scrittura che non dimentica di eccedere in libertà, pur mostrando un mondo di totale illibertà. E leggo volentieri Cecilia Bello Minciacchi, una critica, non una scrittrice, ma per me l’unica che davvero abbia ancora qualcosa da dire (hai letto il suo intervento in “Parola plurale”, Ancora avanguardie?, pag 613-631) … In fondo, cos’è l’avanguardia se non la giusta sintesi tra opposizione nella società e opposizione nel campo dell’estetica? Ha ragione da vendere, la Cecilia; oggi però trionfa altro, Andrea; oggi le avanguardie non esistono, nessuno più delira di utopia imprigionato nella mia vagina. Siamo all’ideologia postmoderna, dove tutto si tiene e i giudizi di valore sono annacquati in una idea di letteratura francamente indifendibile. Quando mi scopano esaltano il mio fanatismo inappellabile: godo perch’io mi faccio godere, sei solo un mezzo – dico ai miei amanti casuali, letterati da copertina. Godo beffarda, sino a sfigurarmi, per un’ora, una settimana, senza mai compromettermi con questi scrittori bavosi, come una cagna che si nutre di carogne. L’ultimo, una settimana fa, uno che frequenta Nazione Indiana, dopo avermi ficcato un dito nel culo, mi dice adesso ti sfondo, proprio così: adesso ti sfondo, come nel peggiore dei film porno, come nell’immaginario di ogni maschio, come si dice scopando in riva alla banalità. No – dico io togliendo il dito – questo luogo ti è interdetto, solo uno tra i maschi può accedervi, e non sei tu. Adesso ti mostro come si fa – insiste il gran signore, voltandomi con forza e poggiando la sua cappella sul mio deretano. È vietato l’accesso – dico sottraendomi alla sua presa; non insistere, usa la mia bocca, mettilo qui, tra le mie tette, infilzami la vagina, ma dietro no, ti ho detto che solo uno tra i maschi può assaporare quel sortilegio. Si arrende e mi scopa senza farmi provare niente. Ti faccio leggere l’inizio del mio nuovo romanzo – dice mentre mi pulisco del suo sperma. Se proprio devo – penso io. Piccole cronache, pettegolezzi, storielle da ciarlatano. Ad un certo punto mi accorgo che le mestruazioni stanno arrivando copiose. Come per magia, i fogli del manoscritto si sporcano di sangue. Lui resta senza parole. Molto candidamente, con naturalezza, gli porgo i fogli intonsi del mio liquido santo, senza consolarlo, lasciandolo abbandonato al suo dolore: erano le uniche copie di un’opera ormai affogata. Gli do un bacio sulla guancia e dico: – potrai riscriverlo, magari facendo tesoro di questa notte passata insieme. Sbavava, come in preda a convulsioni. Temevo che morisse. Ero la sua tempesta, ero il temporale che ha distrutto il suo raccolto. Sarà, la mia fica piena di rovi, la vera causa della morte della letteratura?
Filosofia del pompino
March 20, 2006Mi piace gustarlo tra le labbra, sentirlo sussultare potente, leccarne ogni centimetro, tenendone la base stretta con le dita, salendo e risalendo con la lingua. È il piacere della totalità; ed è un piacere radicale, è la mia bildung. Ecco, la mia autocoscienza innalza il pene – contenuto e fine del mio succhiare – sino all’universalità: lo rende pensiero, che si attua nella volontà di prenderlo ancora in bocca. Come può, il pompino, escludere l’intelligenza? Chi non ne conosce l’essenza, chi non pensa all’atto lasciando tutto all’estro e al sentimento, o – peggio – obbedendo ad un rito che non controlla (l’odiosa mano del maschio che spinge la tua testa è segno di volontà di dominio) – non potrà mai capire la libertà del gesto assoluto del pompino. Senza questa consapevolezza non c’è sesso, c’è solo barbarie. Capire come germoglia tra le labbra, coglierne gli umori, bagnarlo al punto giusto, non significa lasciarsi trascinare dal caso o dall’esperienza; quest’ultima serve, certo, ma non basta. Bisogna applicarsi nell’elaborare mentalmente il gesto: è in ciò la libertà, il culmine supremo del pompino cosciente. Ma è sempre l’atto la vera realtà del pompino; è nel prenderlo in tutta la sua ampiezza, dai testicoli alla punta estrema del glande, che rende l’atto stesso un atto totale, in cui idealità e applicazione reale del cazzo si mischiano sino alla determinazione concreta della sua essenza spiazzante. In un bagno pubblico, in una piscina affollata, nel corridoio di un albergo, persino sull’aereo Roma-Parigi ho compiuto quel gesto essenziale dello slacciare i pantaloni per impadronirmi d’una verga, per sentirne il profumo, per ingoiarla e risputarla fuori appagata. E ogni volta accrescevo la mia volontà di farlo ancora. Magia della filosofia hegeliana.
Corpo solo
March 19, 2006Corpo aperto ai margini del nulla. Corpo visionario, stanco, da redimere. Corpo indigeribile. Corpo ferito, come il corpo da ricostruire di Prometeo, corpo senza città, legato alla roccia, senza quiete. Corpo risucchiato dal suo stesso delirio amoroso, troppo reale per seguire una logica coerente, troppo indecente. Corpo che si afferma mentre si nega (e viceversa). Corpo residuo, che non riesce ad ottenere la sua sicurezza. Corpo chiuso nella fortezza europea, pianificata morte del corpo libero, costruzione di spazio disciplinare. Corpo costretto ad emigrare, per riciclarsi al di là della proibizione. Corpo visitato da un altro corpo, senza amore, con amore, dappertutto, con o senza cazzo rigoroso, godimento diffuso o fallimento. Corpo senza progettualità, chiuso nella claustrofobia del presente. Corpo-ghetto, corpo-periferia, corpo-disprezzato, or perhaps like a plankton. Nel coprifuoco, intossicato, corpo nello scenario vertiginoso, nella strada senza senso di marcia, in precaria esistenza. Corpo senza pazienza, fragile, sotto bombardamento. Corpo punto e capo, con lo sguardo rivolto altrove, nel suo divenire implacabile e nella sua crisi. Corpo dolce, trastullo di mano avventata, corpo-insalata, da condire di carezze, corpo senza certezze, senza veli, coperto di sudore, corpo in calore, genitale e geniale, corpo in vendita in un giorno di mercato. Corpo bavoso, da sodomizzare. Corpo-ano, corpo-deretano, corpo-paradiso. Corpo da mordicchiare, pieno di brividi, corpo senza pantaloni, eccitato, aitante, malinconico. Corpo di femmina che vuole essere posseduta, che vuole sussultare di piacere, che vuole godere rendendo la pariglia. Corpo-meraviglia, corpo-ghigliottina, corpo-latrina. Corpo nella gabbia, ferito di solitudine. Corpo proibito, corpo-tomba, corpo-sifilide. Corpo scopabile a volontà. Io semplicemente ti donerei il mio corpo, ma non torniamo sull’argomento. Corpo-fantasma, membro di sogno, corpo-illusione. Ora stacco la spina, torno a dormire. Ho finalmente capito che amarti non è possibile, tu sei di un altro mondo. Questo corpo-bordello, questo incendio differente, questo corpo fuori gioco, sprofonda nella sua notte glaciale, sigillato. Ogni mia prossima scopata, anche la più esaltante, non riuscirà mai a penetrare questo corpo inevitabilmente senza di te. Il mio corpo sarà il mio deserto. Tu eri il mio grido, la mia luce accesa, i miei occhi notturni, il mio caldo rifugio, il mio ti amo, il mio bacio delicato. Eri la mia condotta vietata, il mio vento caldo, il mio corpo-corazza. Eri la mia mazza, la mia verga sapiente, il mio cazzo ingombrante. Eri il mio rumore, la mia musica emancipata, la mia più grande scopata. Eri la mia faticosa scoperta. Ora devo fare tutto da sola. Gli altri uomini mi penetrano senza riuscirci. In questo torna la tua presenza, torna il tuo gusto, la tua dedizione. In questo sta la mia lamentela. E coltivo, da qualche parte, in fondo al mio corpo, la speranza di andare per il mondo e di incontrarti, magari a Praga o a New York o a Berlino o a Cracovia o in un posto non alla moda. Oppure durante una delle tue micro-tourné, per ascoltare la tua voce così poco catalogabile. Ricerca spasmodica del mio contrario, della mia essenza: di te, davvero, non riesco a stare senza. Senza il tuo corpo-anima mundi la mia lingua si accartoccia in un pathos senza evocazione. Adesso apri il mio cunicolo, toglilo da questa angoscia notturna.
Serata alcolica
March 18, 2006Stanza d’albergo, due del mattino. Fuori piove. Ho sete, vorrei della birra, ma il bar è chiuso. E il frigo è vuoto. Vorrei sentire quel liquido scendere nella gola e le labbra appiccicose. Gli americani hanno lanciato un’offensiva aerea e in Francia ci sanno fare. Neanche una birra. Entrare sotto le lenzuola o uscire, questo è il problema. Esco. Italia, Rivoli Torinese, non c’è la contraerea, e neppure una scogliera da cui guardare il mare. E io sono lontana dalla celebrità. Tengo il passo allungato, verso il centro. Tutto chiuso. Sono cose che capitano. Afasia metropolitana. Ma gli affari si fanno lo stesso, anche al buio; la grande giostra del mercato non cessa di funzionare, mai. Birra o tornare al blando piacere del lenzuolo. Birra, birra … Pizzeria aperta, unica scelta. Corpo a corpo tra le strade di Samara. Il mio corpo perverso gira senza brivido in una città morta alla ricerca di una birra. In un’altra direzione? Una luce, laggiù. Una voce. O una minaccia? Il primo disponibile me lo scopo. Taci, il nemico ti ascolta. Non c’è niente di più noioso di una città senza birra. Ormai vivo nell’emergenza. Per tutto il giorno sono stata attaccata a un computer, per una performance di cui non m’importava nulla, e per di più idiota, come d’altra parte è idiota il suo creatore, quel Mathias col cazzo tanto lungo quanto incapace di amare. Voleva scoparmi, stasera. Io volevo una birra. È l’unico modo di sfuggire all’idiozia. Obbedienza. Inverno rigido. Parigi in rivolta. Vorrei una birra e un massaggio nella schiena. E scrivere senza nesso causale. Non mi piacciono gli avanzi. Mathias è un avanzo di galera. Ogni tanto, o sempre più spesso, mi trovo a pensare al mio attore preferito. Ecco una pizzeria aperta. Birra, birra fredda, da consumarsi preferibilmente prima (vedi collo della bottiglia). Ero il suo sussulto, il suo sballo ermetico, il suo delirio. Ero la sua digressione, la sua tubatura sperimentale, le sue gambe divaricate. Ero il suo concerto insensato, la sua saliva accordata, ero la sua vergine davvero brillante. Ero la sua buca sconfinata, la sua montagna incantata, la sua happy valley. Ora sono soltanto una donna che beve una birra. Sola, nella stanza di un albergo, aspettando che la birra finisca. La bottiglia ha lo stesso colore dei tuoi occhi. Oltre quel vetro vedo un’isola. Sento il mare. Ogni sorso è un’onda, ogni bicchiere una tempesta. Scendo nelle viscere del mare e risalgo, scendo e vomito. Isola irraggiungibile, tragitto tortuoso. Il vetro è ora pieno di salsedine, e ogni verità irrintracciabile. Chiusa dentro questa bottiglia. Non ho via di fuga. Solo ora mi accorgo di essere il messaggio nella bottiglia. Quell’isola irraggiungibile sei tu.
Cos’ero
March 17, 2006Ero il tuo bosco, il tuo mare in tempesta, la tua foresta profumata. Ero la tua colpa, la tua polpa, la tua sanguisuga. Ero la tua paura, ero la tua cupa speranza, la tua cura. Ero il tuo foglio bianco, il tuo scoglio desolato, il riparo sofferto. Ero il tuo amore imbarazzante, ero una scoperta fulminante, la tua chiazza di gioia. Ero la tua gioia capricciosa, una schermaglia confusa, ero la gatta che fa le fusa. Ero la tua poesia diffusa, ero la tua spada ebbra, ero la tua lirica strana. Ero il tuo rifugio, la tua rabbia, la tua sirena. Ero il tuo caldo pertugio, il tuo irresistibile climax, la tua bile. Ero il tuo varco aperto a fatica, la tua coscienza fisica, l’unica tua fica. Ora non riesco a cancellarti. Ora sono circondata dalla tua assenza. E non riesco a farmene una ragione.
Un orgasmo strano
March 16, 2006Improvvisamente, mi sei dentro: dentro di me, e io sto colando: / sono un vulcano senza tempo e la mia piccola grotta accoglie / il tuo bastone: e mi accendi e mi nutri e sono piena da diverse / angolazioni: ed è una tempesta che mi fa tracimare fuori: e qui foriera / di una sorpresa ho raccolto i tuoi venti in una ampolla: a me giungi / in mirabolante sequenza di gesti, in leccate valide, in mani misericordiose: / e qui come cataclisma sei tu a ficcare il pacco ingombrante nella mia buca / etica, con soprassalti: poi succede la tua stretta virile, il mio improvviso / orgasmo strano.
Così nuda
March 15, 2006E io con te: con te a schiumare: calda a stillare crema dai nostri corpi: / siamo qui io con te: una svolta decisiva: a fare musica senza abiti: / io e te in lunghe vibrazioni: un intreccio sottile e tenero, di notte a toccarci: io tra le tue braccia: / la tua esultanza, la tua tenerezza, la tua verga turgida: e io con te tra le gambe: / con te che spingi fino a far male: e io col fuoco nel ventre: questo nido ti prende: / e ti prendo con insistenza: e io con te mi sfaldo e sono corrosa: chiudo gli occhi: / e il tuo fallo: e io e te insieme: la mia fica è tua, prendila: questo riparo caldo: / spingo in avanti il bacino: questa volta sono nuda: scopri allora / la mia soglia.
Tu l’unica poesia
March 15, 2006È inutile fissare regole, imporre artificiosamente cosa dovresti fare, se telefonarmi o capitarmi tra fica e collo. Eppure, amore mio, qui dovresti essere, in questa raccolta di parole, tra le mura di questa approssimazione, o mia primizia, o mio sfizio ostinato, o mia delizia eslege. Il tuo distacco dalla mia lingua è una variazione sul tema della fuga: scapi dalla bella ortografia – affettiva e sessuale – per una tua avversione al ritorno, eterno Ulisse nient’affatto contento di essere approdato tra le braccia di questa Circe in lacrime, o mio errante e rigido signore, o mio splendore di carne, o mia erezione colossale. Ma stendere queste parole in testo, sballare di questo ritmo, è stare prossimi alla distanza, è misurare ciò che manca: il tuo respiro, la tua voce, e principalmente i tuoi occhi al culmine della perfezione, o mio divino corpo sonoro, o mia incudine fragile, o mia ossessione. Travolta dal tuo eiaculare in esametri, ora posso solo ricordarne l’insistenza metrica, quell’uso accorto dell’accordo con la mia vulva santa e satura, io a dichiarare apertamente la nostra sperimentazione di quel va-e-vieni goliardico, così poco ecclesiastico, praticato da mane a sera, o mio fantasma notturno, o mio straniato essere senza controllo, tu che mi hai piegato a forme inedite di godimento. Forme illecite? Tutto è lecito nella reciprocità. Stesi nel nostro enigma, abbiamo frequentato le insidie del coito, finché ne abbiamo colto la profezia. Nel rituale difettoso io adoravo il tuo totem, tu pregavi i miei succhi, e insieme davamo vita al culto dell’esserci in gesti cuneiformi e profondi, aperti, spontanei, ritmici. Non cercavamo il divino; cercavamo noi stessi, mango e nicchia, sfida e reciproca derivazione, lacerti di storia e esordio d’orgasmo estroverso, noi difficilmente omologabili agli stilemi dell’epoca, noi soli, trasmigrando da una civiltà all’altra, o mio uomo nascosto, o mio pene rutilante, o mia distanza dolorosa. Ora proietto ciò che di te ricordo nella norma, e a volte vengo beffata dall’ambiguità della memoria. Sibillino, il tuo viso appare eccessivo e poi scompare, poi riappare diverso, o avvolto di nebbia, lacerato, insanguinato, appare delicato, o mia distanza oltraggiosa, o mio sbarramento, o mia negazione. Dissimuli il tuo significato in questa esibizione reticente di forme. Perché ti veli? Stai nudo, stai nella tua essenza geometrica, davanti a me, nudo con i tuoi piedi ben rifiniti, con la tua schiena piccola, con le tue braccia forti, ricco di espressione, stai nel chiuso della mia secca esemplare, qui, tra le mura di Tebe, o mio oracolo frainteso e non rispettato, o mio venerato santuario, o sciagurato cazzo assente, o mio fasto labile. Affida a me la tua voce poetica.
Serata noiosa
March 15, 2006Rivoli, provincia di Torino. Prendo un aperitivo al bar del Museo d’Arte Contemporanea. Sfoglio una rivista d’arte e mi imbatto in un dipinto di Magritte, Il tentativo dell’impossibile. Osare ciò che non si può osare; amarti al di là di ogni limite … Il quadro raffigura un uomo intento a dipingere una donna nuda. Non la dipinge però sulla tela o su un altro sostegno; la dipinge per farla diventare reale. E difatti la donna è lì, davanti a lui, come vera; le manca soltanto un braccio, lo stesso che il pittore sta ora dipingendo per rendere alla sua totalità quel corpo femmineo. Desideroso di averla davanti, nella certezza dell’impossibilità di averla, il pittore coglie l’essenza del suo sogno dipingendolo. La stessa cosa che faccio ora io con la scrittura: non potendoti avere, di cerco tra le parole, ti fisso in frasi o in particelle di racconto, per trovarti, per cogliere i tuoi frutti, per consumarmi sotto l’incedere sicuro della tua verga, per ritrovarmi ridente quando mi lecchi l’ombelico, per bere sino all’ultima goccia il tuo sperma, per entrare senza requie nella tua gola col mio nome, per mettere radici nel tuo canto, per cantare a mia volta il mio racconto. Spuntano dal nulla Sonia e Mathias; mi salutano e si siedono al mio tavolo. Buona sera, Irene – dice lui. Sonia si limita ad un ciao furtivo e a baciarmi sulla guancia. Non ci resta che punire i lussuriosi – dice Mathias ridendo maliziosamente, come se Sonia gli avesse raccontato quanto accaduto tra di noi soltanto un’ora prima. Sonia abbassa lo sguardo. Io le sorrido dicendole: – non ci resta che scatenare le furie dell’inferno contro le spie. Ridiamo tutti insieme, suggellando una strana intimità. Sonia si getta con le braccia al mio collo, baciandomi sulla bocca. Non ho mai respirato un fiore così profumato – dice. A che ora abbiamo prenotato? – dico io per togliermi dall’imbarazzo. Venti e trenta, tra mezz’ora – dice Mathias. Il bacio di Sonia ha fatto emergere alcuni ricordi olfattivi, legati alla sua vagina. Un odore persistente, intenso, che probabilmente è restato a lungo nella mia percezione grazie al sapore di cui si accompagnava, un odore antico ma forte, implacabile, che insorge soltanto a guardarla. Tremavo di piacere. Conosco bene questa sensazione di pericolo. Quando il mio vizio diventa esigente, sono capace di lasciare quello che sto facendo e di buttarmi sulla preda. Se non fosse per la presenza pacificante di Mathias, trascinerei Sonia nel bagno del bar e me la scoperei tutta. Ma le regole della buona educazione mi trattengono dal scatenare l’incendio. Avrò tempo, magari dopo cena, di assaggiare quel cibo inconsueto. Ci incamminiamo verso il ristorante, mangiamo quel che c’è da mangiare, beviamo il giusto, quel che basta per renderti allegra, ci godiamo il panorama di Torino visto dall’alto, ci raccontiamo cose piccanti, ci prendiamo per mano, tutti e tre, come per salvarsi dal naufragio della notte, ci sediamo sotto la luna, cantiamo alle ruine e sputiamo sugli abissi, finché la funzione sfinterica prende il sopravento e mi dispiace – dico – devo andare urgentemente in bagno, mi riaccompagnate in albergo? I tre porcellini trotterellando, e passandosi lingua da bocca a bocca, giungono nella stalla e si sprecano in risate durante la salita dell’ascensore e Sonia bacia con ardore Mathias, lo bacia in bocca per infondere energia libidinale, articolando la storia di sempre tra lingua, denti e labbra, un bacio da risvegliare le mummie, un bacio come un soffio di vita, respiro e bava, la chiamavano bocca di rosa / metteva l’amore, metteva l’amore, e crepi l’avarizia. Io corro nel bagno della mia stanza, mentre gli altri due, auto-invitandosi e continuando nell’antico sfarfallio delle lingue, si fermano in sala, con le mani di lui a sentenziare la sodezza dei seni di lei. Quando esco dal bagno vedo lei frugare nei pantaloni di lui e tirare fuori un coso massiccio, sodo e fiero. Volete da bere? – faccio io. Adesso bevo questo nettare – dice Sonia adagiandosi con la bocca sul cazzo supplicante di lui. Mathias mi ripugna. Come persona, perché il suo membro ha del miracoloso. È avido di fica, è insaziabile, è impaziente. Sonia se lo sta succhiando tutto, a suo agio tra le spudoratezze di quella mazza. La cappella sembrava stesse per esplodere in quella bocca promessa e profonda. Quando Sonia si dedicava all’asta, ne coglievo le pulsazioni frementi, vedevo le vene tese, quasi intravedevo lo sperma salire. Ma lei, da grande esperta, accortasi che lui stava per eiaculare, gli stringe con due dita la parte sotto il glande, bloccandogli l’uscita. Aspetta, non è ancora il momento – dice. Lui arranca, dispiaciuto. La patta non aspetta il tempo dell’altro, vuole solo rispettare il suo tempo, al di là di ogni scambio alla pari, la patta del maschio. Sonia si è spogliata da sola, mentre quell’idiota di Mathias stava ancora grufolando per la mancata emersione; ma lei lo voleva tra le gambe. Lui era come bloccato, impantanato in una delusione che gli impediva di spianare la sua canna nel bosco profumato di lei. La cosa strana è che Sonia sembrava non accorgersi di quella situazione di impasse. Leccami – diceva; mordimi il capezzolo, adoro essere succhiata, toccami, sono aperta, cosa aspetti?, entrami fino all’utero, la clitoride è dura come la tua verga, baciala, prendila delicatamente tra le dita, il mio sesso è docile, senti i miei seni come sono turgidi, arami, tira fuori da me il grano più saporito … Splut! Una macchia bianca sul pavimento, e Sonia, godendo da sola, grida: – verga noiosa! Stupida verga alla moda, tutta centimetri e niente sapienza, stronza verga addormentata, che si fa intenerire dall’emozione e sballa i tempi, verga implume, malaverga, intemperanza vergale, verga senza perizia, che schizza a vanvera, sconfitta da se stessa, povera verga detronizzata, non più il mio fiero pasto, ma la mia delusione … Irene, Irene ti prego, abbocca al mio tranello, mostra alla verga come si morde la vita … Io mi lasciai cadere sul divano, definitivamente annoiata, finché mi addormentai.
Si vive per avere del sesso
March 11, 2006Si vive nel corpo-a-corpo, nell’azione delle lingue, nella carne che diventa sorpresa, nella melma dello spirito, che non esiste se non come rigurgito del corpo, rutto o petto, merda o sperma, succo vaginale; si vive nel corpo altrui, respirando insieme, parlando, traducendo i bruciori dell’altro, i suoi dolori, i suoi paesaggi mentali; si vive per baciare un glande o un seno, per cadere sfiniti leccando e mordicchiando un ventre, per commuoversi alla vista di un pene maturo, desiderando di vederlo crescere centimetro dopo centimetro e con la consapevolezza che la sua sede naturale è tra le mie pareti irriducibili, tra le mie natiche dilatate, nel fondo della mia fica incredula; si vive per vedere sgorgare qualcosa, per vedere il senso nel suo farsi materiale, per vedere il suo sorriso quando lo accolgo festante tra le gambe, per urlare contro il tempo; si vive nel disagio della storia reclamando un amore impossibile, e reclamando anche qualcosa di più, nascita ulteriore di se stessi o nuova cronologia del tempo; si vive per una connessione che sia capace di farsi dono, per uscire e andare oltre, per stare in cerchio a conversare, per contare il tempo che passa, per non subire il tempo, per non subire; si vive per trovare l’estasi, anche se trovi soltanto qualcuno che ti propone un’extasi annichilente, per farti gustare il nulla divino, per renderti prigioniera d’una meccanica delle passioni finta, dove alla fine crolli e ci resti; si vive per svenire di piacere tra le sue braccia, per godere delle sue esplosioni eiaculatorie, per stare nel turbinio senza fine della scopata; si vive nel tempo-denaro; si vive sempre malissimo, contando le pecore e aspettando una chiamata, resistendo ai chilometri di distanza, rileggendo cento volte la stessa lettera, riascoltando la sua voce nella segreteria telefonica, guardando la sua foto, trasformando la foto in carezza sensuale sul ventre, muovendola dolcemente e col gusto dell’eternità, sino a quando il cuore aumenta il suo battito e il sesso si scioglie in brividi e il corpo si tende e si irrigidisce e lui sembra uscire dalla foto con la lingua e ti sollecita con tenerezza la clitoride e ti offre un buon pretesto per godere, per godere senza esibizione, per godere senza gloria, per godere senza oscenità, per godere senza appigli, per godere immaginando di essere infilata dal suo pene traboccante, per godere dei suoi colpi di reni, per godere della sua esperienza, per godere follemente sino a sentirsi svenire, per godere del suo dito nell’ano, per godere sentendo il fiotto caldo invadere la mia galassia, per godere gioiosamente; si vive per avere del sesso un’idea positiva.
Domande fondanti
March 11, 2006Non è sufficiente l’amore carnale, non basta mai quel confluire brusco in un’altra determinazione umana; non basta la sintesi sessuale per comprendere ogni pratica, ci vuole di più. E poi c’è sempre qualcosa che trascende l’atto, qualcosa che è significante di per sé, che non può essere compresa dal solo girare della giostra amorosa: c’è l’articolazione del mondo, c’è l’ingorgo della storia. Questo terreno, che è il terreno d’ogni sforzo, è la “dimora” dove la spirale degli incontri produce il suo senso specifico, e la copulazione, si slanci fronte retro o fronte-fronte, parla sempre – a modo suo, certo, ma che importa? – degli ambiti culturali e dei percorsi, anche immondi, del mondo. Ogni affanno intimo, ogni scopata, ogni fellatio o cunnilingus, persino ogni bacio accade sempre in relazione ad una morale dell’esclusione e dei limiti, all’economia dei corpi femminili, all’ideologia del consumo, all’immagine pubblicitaria; ogni eccitamento non può essere concepito se non come relazione con i “motivi epocali” che ne restringono o allargano i confini. Il sesso, allora, è anche questa paralisi della mondanità. Il desiderio sessuale si nutre da sé – scrive Nancy; ma ciò è vero solo in parte, poiché la passione brucia, non può che bruciare, anzi reclama l’opposizione fondante tra interno ed esterno. Anche nel chiuso di una stanza, in quel luogo magico dove i corpi cercano la loro condivisione del piacere, in quella interiorità ardente del riconoscersi insieme, c’è sempre rispetto delle consuetudini, c’è sempre un adeguamento ai modelli; inconscio, ma c’è; non pensato, dunque subìto, ma c’è; sempre c’è una res a cui il corpo sessuale si adegua; si adegua. È possibile il tradimento? Può il corpo, nel suo farsi coito in atto, spingere se stesso oltre il patto stabilito socialmente? Può debordare? Può cercare il suo riscatto? Può farsi coabitazione nell’ebbrezza piuttosto che usura nella tentazione di possesso?
Per sempre vivo
March 10, 2006Mi sento una libellula che strizza l’occhio al buio e svanisce nelle rughe del tempo sfiorando distratta la luna, che declina lenta, la luna col batticuore; mi sento spogliata d’ogni pudore mentre costruisco con la saliva una metafora volatile, di quelle che si fissano solo per patimento, sgualcita metafora d’un coito immaginato; mi sento nella bocca tante parole che non posso dire, mute, abbandonate davanti all’uscio senza chiave, parole senza suono, che scaldano la bocca senza sbaragliare il gelo; mi sento stanca di uccidere la solitudine.
Più tardi, forse, colmerò lo spavento dando corda al ventre spumeggiante, filando l’ennesimo orgasmo solitario; più tardi, è certo, cercherò compagnia fra i rovi, dove passeggerò senza cantare; più tardi, lo prometto, ti dimenticherò versando il veleno delle ombre sulla gioia dei ricordi; più tardi scavalcherò ciò che resta della passione, io feroce con me stessa; più tardi.
E nemmeno al risveglio, nemmeno col corpo stremato, nemmeno nelle delizie del sonno, nemmeno struggendomi d’angoscia, nemmeno trottando oltre la siepe per guadagnare l’altra riva, nemmeno accecandomi con un chiodo incandescente, nemmeno piangendo dimenticherò le gocce bianche del tuo sperma, quando con un’improvvisa vampata hai reso miracolosamente umida la mia profondità. Può essere, anche, lo sperma, la linfa che fonda questa unione che mi soggioga. Lo sperma è, in questa notte che non finisce, ciò che ricordo meglio del tuo fascino informe. Quanto potrà, quello sperma che abita in me, creare nuova vita?
Ho cominciato a leggere Horcynus Orca … E forse comincio a capire perché me lo hai regalato … Forse perché in tutte quelle capriole linguistiche ci vedi riflessa la nostra acrobazia fondante, o le nostre sgroppate notturne senza regole, così interminabili, così ignare della fine … C’è, nel libro, una donna che costruisce la sua barca a colpi d’ascia e, in fondo, chiacchiera di sesso dalla prima all’ultima pagina … Grazie del rovello; ti sei impegnato ancora una volta a rendermi tutto così misterioso … Grazie, amore mio, davvero …