Ho una piccola infermità: sono ninfomane. E per di più, scrivo. Mi piacciono le camere da letto (ma anche i prati) e le pagine bianche. Ogni volta che mi spoglio, il mio corpo brilla in tutto il suo splendore; sino alla vertigine, ve lo garantisco. E uno squarcio di luce travolge il mio compagno di turno. E ogni volta che scrivo, lo ammetto, mi sciolgo di piacere. Sono bruna, ho seni piccoli e i capezzoli immensi; le mie natiche sono perfette. Ma quel che più mi esalta è la mia insaziabilità. Desiderio, desiderio, sete di godimento, esplosione infinita, orgasmo multiplo, dita, dita tenere, lente, dita inesorabili che attraversano la mia foresta di peli sino alla trasfigurazione finale. Cosa c’è di meglio di una sana scopata? Scrivere, dopo; solo dopo che ho placato le voglie del corpo. Poesia dal ritmo cadenzato, come un prolungamento dell’orgasmo. Poesia erotica; scrittura perversa; pornografia della parola. Non godo di nessun privilegio, ma amo godere. E scrivere. Come mettere insieme le due dimensioni? Registrare il proibito, renderlo pubblico; al di là di ogni censura – e di ogni banalità. Ho deciso di raccontare i miei incontri, le mie depravazioni. Mi disfo di me stessa, e proprio nel momento in cui il fatto in sé – e intendo la scopata – presuppone il massimo di intimità. Trasparenza, voglio affondare in un eccesso di trasparenza. Spingetevi dentro di me, se potete. Le mie gambe sono sempre aperte.