Archive for February, 2006

Luca troll

February 28, 2006

Che tristezza, Luca; che intollerabile livello; che infelici uscite; che distribuzione di parole povere. Caro Luca, hai voce riconoscibile, anche se contraffatta – tua voce fastidiosa e volgare, voce curiale del terrore, voce con la forza di parroco mediocre … La mia casella di posta si è riempita di eserciti di virus, di piccoli insulti, di frasi melense … Ma ti ho tracciato, Luca, ti ho scoperto … A che pro? Per puro trastullo? Suddito e colonia, sovranità brutale, troll e merda, scusami: sei triste. Ma non ti censurerò: ti lascio esprimere come puoi, così, per cogliere la tua vera essenza … Dimenticarti sarà per me un vero spasso. 

Un addio

February 28, 2006

Non ho pause, il mio desiderio non ne ha. Ha qualità infinite, parole segrete, ha le sue arguzie e le sue malinconie. E ha le sue insistenze. Ora, proprio ieri sera, si è rifatto vivo Luca, l’omunculus. Ha colto, nei miei ultimi post, una cancellazione per lui inquietante: l’ho prolungato in ombra, declassato a fantasma, elevando un altro a unico interlocutore delle mie cavità. Alla buon ora! – gli ho detto al telefono. Mi sono scorticata nell’attesa, scrivendoti e telefonandoti e chiedendoti di entrare nel borgo per celebrare la festa, e tu? Beffa intollerabile, questa tua apparizione tardiva. Niente è più noioso che un ritorno dettato dalla paura del viaggio. La tua mano è decrepita, Luca; ormai si è incrinato l’ideale. Sei uno spiffero gelato, ormai; una sostanza tossica; sei una luce remota. Ho messo giù il telefono e lui era già alla mia porta. Hai bisogno di me – dice. Vivo una condizione inedita – rispondo; veramente credo non ci sia più posto per te. Perché mi cercavi? Ma questo era ieri – dico; oggi sono propriamente una persona; sinora mi sono trascurata – e aggiunsi: ti credevo il mio reale, inizio e fine della ragione di esistere; eri solo la mia demenza. Inutile insistere – dissi raccogliendo una lacrima. Ti sei guardata dentro? Non ci sono davvero più? Ero il tuo sballo colossale, sono stato per anni la tua leggenda e ora, all’improvviso, mi sbatti la porta in faccia? La porta che si apriva era quella di una camera della tortura – dissi con voce gelida. Ero un oggetto dei tuoi giochi; partecipavo pensando di esserne protagonista; ero solo una tra le comparse. Una lebbrosa che aveva paura di guarire. Perché appari solo ora? Dico solo ora che hai appreso dell’altro uomo … Solo ora che sfuggo alle tue catene. Ma ormai sono troppo lontana. Eri con Mara, la scorsa settimana. Cosa le hai detto di me? Che scopo con disperazione; che sono troppo astuta per amarti; che coltivo illusioni distruttive; che sono senza speranza; che mi stavi ingannando e tradendo con gioia; che la musica non era come quella di prima; che ero una fan isterica; che ero affitta da sogni irrealizzabili; che ti sbellicavi dalle risate ad ogni mia frase; che la mia avidità era un vociare fastidioso; che ero una lacuna; che ero una landa senza tempo … Non sarai più la mia voce, Luca. Bocca, lingua, buco del culo, grotta: si chiaro che nulla di tutto ciò che ho, foss’anche solo questa geografia della bellezza, mai più di apparterrà. Ho fatto la mia scelta, addio per generazioni, Luca. Tra le lenzuola non ci sarai più tu; non sarai più colui che sfida i fasti del mio corpo. Sei conciata proprio male – dice lui uscendo, lasciandomi sola nel mio spazio ulteriore. 

Il Manifesto di Irene

February 26, 2006

Ho scritto il mio manifesto, un imponente scherzo tutto per me. Con gonfaloni e ballo sfrenato di vergini, ho sonato un’orgia di parole sull’effimero teatro della pagina. E’ dedicato al fiero attore che è stato per una notte soltanto il mio pasto prelibato; ma è per sempre che durerà quella notte.

Qui si documenta la caparbia volontà di ripensare l’esserci al mondo, questo estenuante disastro. Esserci con ebbrezza, anche se sfiga vuole in compagnia di uomini neri. Qui si attesta il caos primigenio, che riferisco senza avere visto. E infine si sostiene la bellezza tentatrice.
Non ho angeli al mio servizio. Ho solo questa mia furia presuntuosa, che mi travolge. E questa fica immonda, profumatissima di sangue. Non credete in me; dubitate, dubitate, dubitate. Giacché non vado al passo con la moda, certifico che di tutte le idee, di tutte le tradizioni, di tutte le azioni è da conservare soltanto ciò che si è messo da parte. E se il tempo non mi darà ragione, tanto peggio per il tempo.
Qui, in piena ubriacatura, stabilisco che l’essenza medesima di ciò che è, di ciò che era e di ciò che sarà, risiede nella corrosione dell’obbligazione sociale, in questa inquietante sottomissione dell’umano all’utilitarismo. Sono testimone infedele di questo macchinario. E i re della terra – e tutti i loro sudditi devoti – non possono che fornicare con la sintassi di questo irrequieto far di vita altrui strumento.
A colui che mi ama, dico solo di non liberarmi dal peccato; dico: pecca ancora con me, è divertente. Io mai sarò sacerdotessa del privilegio della castità. Prosit.
 (continua a leggere)

 

Occhi di bosco

February 25, 2006

Questa lettera leggila piano, le parole sono tenere e goffe; perdonami se fanno sbocciare lacrime. Questa lettera è un singhiozzo; ogni parola è un nodo alla gola. Sono arrivata sin sotto casa tua, oggi pomeriggio, senza avere il coraggio di suonare. Ho attraversato la strada e mi sono seduta nella panchina sotto la magnolia. Stavo in agguato, senza trovare il fiato giusto. Questa lettera è il mio imbarazzo; mi lancio nel vuoto senza rete di protezione. Quando la tua porta si è aperta, sono andata in panico; ero terrorizzata. Per fortuna non mi hai visto. Tenevi per mano tuo figlio. Questa lettera è il mio bel sederino, quello che tu hai aperto al mondo; perdo ancora sangue. Ti sorvegliavo; non per punirti, solo per vederti; volevo rivedere i tuoi occhi cespugliosi. Questa lettera scrivendosi vuole cancellarsi. Sei entrato nell’auto, finché sei diventato una sagoma lontana. Io rivedo per un attimo il tuo viso, da lontano. Farfalle cieche tessono mantelli di nebbia; cavallette agitano cattivi ricordi; biglie pesanti si disperano nel mio ventre; l’aratro dilata la visione: comincia così, succhiando in memoria lo scroto, un’altra pena. Questa lettera mi toglie ogni parola. Mi sono messa a correre, dietro la tua auto, come una bestia braccata. Urlavo il tuo nome, con la bocca piena di fango. Immobile, correvo. Non c’è un varco aperto. Questa lettera è la mia fragrante vergogna. Stordita, chiamo un taxi. Era una trappola. Sento la tua lingua dentro il culo. Guizzi nel mio bozzolo tutto nero e lo semini. Dolore, pena, brama, attrazione … disperazione. L’autista spia dallo specchietto. Vuoi scopare? – dice. No – dico; voglio solo ritornare nel bosco …   

Io mare tu veliero

February 25, 2006

Tracimo, oscenamente metto in crisi il mio ghetto, questa stanza e le sue cose, trabocco, cerco uno sbocco a questa solitudine, vorrei essere violata, verrei da te, mio caro assente, mia festa da baraccone, tu troppo caro, tu senza morale, piccolo mio desidero le tue dita, il tuo tratto del viso, i tuoi occhi prosaici, sei ormai il mio vizio, le tue forme perfette sono il mio sogno costante, ne ricordo appena la consistenza, mia degradazione in atto, mia depravazione privata, ci sarà redenzione? 

Vorace attendo. Sei il nesso che cerco, il più lurido dei proponimenti anima l’attesa. Una vampa di desiderio, calda, lavora le mie carni, attendo divinizzandoti. Ricordo il tuo odore di zolfo, la tua epifania in erezione, lo stile della tua libertà. E i tuoi umori. Sei ingombrante. Sei un cadavere ingombrante, nascosto nel sottoscala della mia coscienza. Saprò riportarti in vita?

Ti ho svegliato stanotte? Scusami, ho dovuto chiamarti. C’era lei vicino a te? Non l’hai ancora uccisa? Cosa aspetti? Devo farlo io? Vuoi che mandi un sicario? Sono matura per l’omicidio, ormai. Sarò irreperibile per la giustizia, tutta per te, solo per te e il tuo faraonico uccello. Sei ancora maledettamente lontano. Due ore, due ore e sono da te. Ho già la pistola carica. È nuda, lei? È più bella di me? Quanto è profonda la sua sostanza? Come te lo lecca? Ho voglia d’amarti, tutto qua. La mia grotta è stretta, è vero, ma non ci sono né Scilla né Cariddi né altri guardiani dell’ignoto. Mettiti in salvo, finché sei in tempo. Abbandona quel mostro e penetra nel mio antro delicato: sei diventato l’unico mortale a cui è consentito farlo. A poco a poco il mio corpo si scioglie. Sto diventando mare; diventa veliero. 

Ferita

February 24, 2006

Questa ferita è ormai troppo insistente. Sei entrato nel mio sangue e non riesco a guarire. Urlo di gioia, nel dolore. Fiorisci come cancro; sei la mia vertigine, il mio sudario, il mio lamento. Cosa mi succede? Ho dimenticato Luca, mi sono imprigionata nel tuo ricordo. Scrivimi, scrivimi se puoi. Sono nella palude dello smarrimento; sono nel ritmo atroce dell’innamoramento. Due ore di viaggio e domani sono da te. Ci sarai? 

Spiaggia solitaria

February 24, 2006

Oh nudo attore, oh relitto dolcissimo, io t’offro la mia rada tenera, approda su questa spiaggia senza fine, su questo riverbero di luce, presto, amore, spingi la tua barca nel grande porto dove trionfa la carne, in questo gorgo, in questa sete audace, esagitata, calda di vita, oh mio diadema, mia forma desolata, qui, presto, prima che la notte si faccia densa e tu più non possa vedere il mio faro. La terra, per te, finisce tra le mie natiche.  

 

Quasi un addio

February 24, 2006

Odio le truppe. Amo le onde provocate. Odio le trincee, amo i rumori.  Il marcio mi esalta, il troppo lustro mi terrorizza. Non ho rivincite, non ho vendette, non ho eredità; amo cuocere a fuoco lento tra le braccia del mio amante attuale, amo le sue mani sulle mie cosce. Odio il cimitero letterario. Luca mi ha spedito un mazzo di fiori e un libro. Rose rosse e Wu Ming, Asce di guerra. Perché? Cosa ho fatto di male? Odio le rose, le trovo volgari; i Wu Ming mi sembrano degli avventurieri, più che dei rivoluzionari … Luca, Luca, io tremo ancora al solo nominarti … sei ancora il mio spettro necessario? Forse no … Forse ti ho superato, forse sei ormai soltanto la mia tenebra crudele …

Lingua di lava

February 24, 2006

Le scorie delle usanze, l’arida steppa delle consuetudini, gli sguardi infagottati, l’afasia in ginocchio, incontro tutti i giorni questa concordia, questa noncuranza, questa umanità apparentemente morta, e ne soffro. Le radici di questo crepuscolo sono profonde, e il dolore è senza scampo. Ho cercato altre radici, ho trovato cenere. Affondo in questa melma. Quale lingua parlare? Quale scrittura praticare? Come raccontare? Secondo l’attore dagli occhi verdi – il mio splendido amante, di cui ometto il nome per sua espressa volontà – non c’è niente da dire: bisogna praticare la lingua come acrobazia articolatoria, spingendola ai limiti delle sue possibilità … Il gioco consiste – dice lui – nel smembrare crudelmente la lingua, perché solo così può essere messo in crisi l’inerzia presente. Si buttava grandiosamente nel mio ano, continuando a sussurrarmi: – bisogna rompere ogni legame con il nostro linguaggio marcio e insensato. Stremato dal suo entrare-e-uscire dal mio buco nero, quasi senza fiato inventava una lingua di lava … Ne sarò mai capace?

Mio modo d’amare

February 23, 2006

L’emozione di Irene è grande. Irene è senza fiato per l’emozione. Ha trovato due occhi che baciano, occhi di velluto verde, lucenti. Irene ora si riposa. Sotto la dolcezza di quegli occhi si riposa. Ha goduto di quello sguardo. Anche quando quel cazzo di granito le ha fatto perdere i sensi, Irene non ha smesso di guardare quegli occhi di bosco, verdi luminosi d’oceano. Irene si sentiva traforata da quegli occhi di luminoso muschio di bosco, irriducibili, antichi, ricamati di sole. Irene ha preso a schiaffi la terra morta ed è sbocciata come lacrima di bimbo, Irene durante l’inverno è sbocciata. Non più vergine nel retto, ora sposa, col frutto in fiamme, Irene si è posata sulla cenere e ha amato il dirupo, ha disobbedito all’efficienza, ha amato lo sguardo esperto ricamato di smeraldo. Il granito s’è sbriciolato in mille gocce. Irene ha preso le redini dell’uomo ebbro e l’ha portato al suo capezzale, poi gli ha detto: ti ho portato qui per rivelarti ciò che vedo nei tuoi occhi: per la prima volta mi vedo, nuda, in festa; ci sei anche tu, nei tuoi occhi, te ne stai ritto davanti a me, pronto col tuo dono virile, pronto per portarmi in trionfo. Irene ha il culo rotto dalla felicità. 

Un attore, turbamento

February 23, 2006

Arrivo a Verona, una città spenta, ma piena di sorprese. Una creazione dell’ombra – mi sono detta; un luogo impossibile, città-vetrina, pagine deserte di un libro che mai nessuno scriverà. Ero stanca per il viaggio, treno sovraffollato, riscaldamento rotto, compagnia disdicevole. E per di più una tosse secca mi indisponeva; non riuscivo quasi a parlare. Il luogo dell’incontro è un albergo in centro città, poco distante da Piazza delle Erbe. Vado in camera, poso la roba, mi lavo e scendo nella hall. Ho appuntamento con il fotografo incaricato del servizio; devo posare per una pubblicità di biancheria intima. Mentre aspetto mi chiama al cellulare: ritarderà di un’ora … Esco. Piazza Dante mi annoia; entro in una libreria, mi metto a curiosare tra gli scafali, compro Saggio sulla lucidità di Saramago (ho letto con immensa gioia Cecità), finché sfoglio un catalogo di fotografie e mi concentro su un’immagine di Dogon del Mali: due uomini nudi, con un pene di dimensioni notevoli, penzoloni. Mi colpì la naturalità con cui si mostravano al mondo (sapevano di essere fotografati e da chi); nessuna volgarità in quella posa. E mi eccitai. L’ora passò con il mio corpo che accumulava voglia. Il fotografo era un tipo insipido, nient’affatto attraente. Sbrigammo velocemente le formalità e mi diede appuntamento al giorno dopo presso il Teatro Filippini, luogo del set. Scusa – gli chiesi; mi puoi accompagnare per vedere dov’è? Certo – rispose lui gentile – è qui vicino e ci arriviamo in un attimo. Cinque minuti dopo eravamo davanti al teatro. A domani – disse il fotografo – e se ne andò. Entrai in teatro; stavano provando. Restai al buio, osservando la scena. C’era un albero di ferro al centro del palco, sopra al quale era seduta una donna con enormi ali nere e una fisarmonica tra le mani. Stavano piazzando le luci e provando i microfoni. Ad un certo punto la donna comincia a cantare una canzone in francese – voce splendida, dolcezza e forza, un angelo nero che emette una sorta di canto d’addio, note spiegazzate, una splendida voce, davvero, come un gesto crepitante. Sulla nota finale entra, riprendendola, una voce maschile, che recita un testo sconosciuto. Collera, voce impastata di terra, una varietà di intonazioni mai udita prima. L’uomo è un fuggiasco, si trascina da rifugio a rifugio in una città deserta, ridotta a rovina da una grande catastrofe; delira, crede di sentire il canto della figlia, cade, si rialza, ricorda, parla con lo stuolo dei morti che lo circonda … È incredibile come, pur recitando tutto sulle sonorità vocali, mi riempia – a me che credo di essere l’unica spettatrice – di un universo cangiante di senso, mai statico, mai banale, eppure così comunicativo. Tutt’altra cosa dalla Tragedia della Raffaello Sanzio vista la scorsa settimana. L’attore è per lo spettatore, allo stesso tempo, l’enigma e la perfetta leggibilità. Reciprocità, somiglianza; incontro fortuito, legame appena abbozzato: in ciò sta l’eccezionalità di un’arte così screditata. Sono stata fortunata – dissi all’attore durante una pausa delle prove. Vieni a vederci stasera, se puoi – disse sorridendo lui; altrimenti muoio di solitudine – aggiunse. Occhi verdi, senza eguali … Folgorata. Mi bruciavano le carni; sguardo pieno di fierezza, come un groviglio di gioie e di ferite. Trionfare tra le sue braccia, che sogno! Col sesso stretto tra le mie mani … Ovviamente, mi presentai presto al botteghino e aspettai l’aprirsi del sipario in prima fila. Recitò solo per me, incurante del resto del pubblico; lo capivo dagli occhi. Ardeva tutto per me, ero io il suo deserto, la sua voce solida, le sue tracce, le sue passioni, tutto consacrò alla mia bellezza, ogni suo grido, ogni bisbiglio, ogni vuoto di memoria. Morì, l’eroe, alla fine; mai morte fu più feconda. Vieni a cena con noi? – mi chiese quando andai a salutarlo in camerino. Sono soltanto per te – pensai, senza dirlo. Dissi invece: grazie, volentieri. Sono sua prigioniera – rimuginai. Sei tu la misura del tutto? Potrò mai essere l’unica preda del tuo sguardo? L’unico tuo sbaglio, l’unico abisso in cui sprofondare? Durante la cena, all’improvviso mi prese per mano, e il suo tocco leggero incrinò ogni mia difesa – scintille, carne in fermento, odore di mestruo, sperma sorridente. Salutammo i presenti e cominciammo a passeggiare per le strade del centro, tenendoci per mano. Tutta quella tenerezza mi spiazzava. Ero completamente in sua balia. Soltanto alle due del mattino lui fece per salutarmi. Apri la mia porta – gli dissi; rifugiati tra i miei seni … Occhi verdi, senza eguali. Quarantaquattro anni … Il primo a cui ho donato il mio splendido culo …

Coitus a tergo

February 22, 2006

Rinchiudersi in se stessi, non voler sapere d’altro, di nulla; isolarsi, fermarsi nei pressi dei propri desideri – stare soli, inesorabilmente soli. Accanirsi nell’isolamento; ammonire gli amici, rifiutare gli inviti, le visite. Ognun pensi ciò che crede: è il mio vizio: sparire per lungo tempo. Spiatemi, se volete; resterò ugualmente un mistero. Quanto a Luca, sospetta di me, che lo tradisca con uno qualsiasi; ebbene, ha ragione di sospettare, ma il suo parere non conta. A furia di aspettarlo, la mia fica si è coperta di ragnatele. Ma l’altro ieri ho spolverato tutto. Uno splendido quarantenne. Dopo aver conosciuto il mio pertugio, dopo averlo percorso per tutta la notte, l’uomo riapre gli occhi. Si era addormentato tra le mie braccia. Occhi verdi, senza eguali. Quarantaquattro anni. Prendila – gli ho detto; questa nicchia è tua; cullala, falla felice, esaltala. Abbandoniamoci insieme: sono quello che cerchi – gli dico. La mano piccola, ben modellata; una gestualità stranissima, direi sincopata. Ha riaperto gli occhi e li ha posati sulla mia fessura. Sono estasiato da questa immensità – dice posando il viso sul mio sesso. La lingua va su e giù, e la festa giunge al culmine. Mi gira, mi mette sottosopra l’ano, con la lingua. Poi appoggia la punta del pene nell’orifizio e spinge, spinge, spinge … La sua tenerezza mi ha fatto esultare.

I nomi del possibile

February 21, 2006

Più tardi, è certo, ne avrò tanti, di alberi della cuccagna. Una fatica immane scambiarsi ripetutamente confidenze con un anaconda, con quell’arcione reale, con quell’asta tenera. Io lo so, lo so bene. Io sono la prima delle sue fans, dico di quel bastone carnoso, di quella banana con riccioli. So di amare il birillo e lo cerco dappertutto. So che acquista in dimensioni, quando quel bigolo incontra la mia bocca, quel birillo prezioso, quel biscotto biricchino. So che ho preso dentro canne di tutti i calibri, carote, ceppi esotici, dappertutto quei centimetri di ciccia profumata, e persinio dardi d’elefante hanno attraversato la mia giungla, la mia foresta mai vergine, la mia savana appetitosa. Lo so, e l’ho anche raccontato a Luca, una volta – e lui si è ingelosito; gli ho raccontato di quanti fari giganti si sono inoltrati nei miei mari, raccogliendone i tesori, di quanti idranti sinuosi hanno spento le mie voglie, di quanti feroci salamini o spranghe o macchine da sogno hanno animato i miei malumori, di quanti manici. In penombra o alla luce, in spiaggia, tra le spine, sotto un albero mangiata dagli insetti, ho succhiato mazze, membri poderosi, ho sbattuto e frullato obelischi sino a farli venire tra le mie belle mani, e poi accarezzato per fargli riprendere fiato. Le mie dita provano piacere al contatto della corteccia dura d’una pannocchia tremante, d’un pennone issato, d’un pezzo da sedici. Me lo infilo senza requie, sono abituata alle visite di quella punta lubrificata, di quel randello. Il suo trivellare avviluppa l’intero mio corpo. Amo tenerlo prigioniero tra le mie cosce, ammaliarlo. La mia fica è una fucina: grosse sciabole o scimitarre, tutto si lavora qui dentro. Quel che provo è immenso, grazie al tronco che mi dà felicità. Uccello o vanga, io ti ammiro quando ti gonfi e t’illanguidisci: ti sollevi dolcemente ed entri nella mia culla ardente, estasiato, placido, consenziente, per dare forma al mio piacere, finché esplodo in mille vibrazioni …

Un messaggio veloce, Luca

February 20, 2006

Caro Luca, sto ascoltando Vinicio Capossela, Canzoni a manovella; me lo hai regalato tu, lo scorso natale. Noioso, a parte la Marcia del camposanto. Ascolto invece volentieri Uri Caine, Schumann, e soprattutto la splendida voce di Cristina Zavalloni. Ho scoperto da poco Thalia Zedek: finalmente un po’ di rock come si deve (morte agli U2! ma come fanno a piacerti?). Caro il mio Luca, non ho ancora cominciato La macinatrice di Parente. Anche questo me lo hai regalato tu, e forse è per questo che non oso aprirne le pagine. Letto tutto d’un fiato Retablo di Consolo, tutte le poesie di Pagliarani, Sinfonia di Pizzuto, Adonis … Parole crepitanti, come piacciono a me – godo del loro ritmo, una frase dopo l’altra, audaci frasi, rumorose, crepitanti. Sbavo dietro queste scritture, quasi come sbavo dietro il tuo sesso. Esco poco, amore, dunque non ho visto molti film (e aspetto sempre una tua telefonata). Sono andata a teatro, un paio di volte. Niente di esaltante. Mi sono annoiata tremendamente all’ennessima fuffa della Raffaello Sanzio (il IV episodio della Tragedia Endogonidia) … Un giorno mi spiegherai come mai godono di tutto questo credito. Mi sono irritata da subito, appena letta, nella scheda di presentazione dello spettacolo, questa frase: “spetta soltanto allo spettatore guardare e interpretare ciò che vede”. Oddio – mi sono detta – che palle questa presunta (e falsa) democrazia dell’interpretazione! E sì, diciamocelo chiaro, caro Luca, quando tutti i sensi sono possibili non c’è nessun senso … Ma il “non senso” non è, oggi, la vera essenza di questa nostra sfasciata e repressiva “società dello spettacolo”? Insomma, piena di perplessità “filosofiche” entro nella sala, guardo lo spettacolo e resto, alla fine, da sola col mio rifiuto, l’unica a non applaudire, mentre intorno a me il fragore è veramente grande. Dire delusa è poco. L’ho trovato uno spettacolo di una banalità sconcertante. Come prima impressione, mi è sembrato una proiezione di timori ancestrali, una esplosione di paure (del potere, della legge, della parola) in cui il soggetto che le vive è incapace di articolare una risposta logica. Una puerile esaltazione del primitivo, del grado iniziale dell’umano … Ma caspita, perché io, che già mi sento poco adeguata al presente, devo retrocedere ad un livello che fortunatamente l’umanità ha già superato? Ma veniamo alla costruzione drammaturgica … In una stanza, una sorta di sala neutra, ci sono i segni di qualcosa che è accaduto “prima” (prima dell’apertura del sipario, prima dell’inizio della storia, prima …), entra quindi una donna delle pulizie e distrattamente la ripulisce, riportandola ad una purezza originaria. Cambia la scena, e appare alla vista un bimbo, forse un anno di vita, e di lato a questo un busto che comincia a dire, non so in che lingua, le lettere dell’alfabeto. Altro cambio di scena, ed entra un vecchio con un due-pezzi da donna; lentamente raggiunge una sedia e comincia a vestirsi, dapprima indossando una sorta di tonaca da sacerdote ebreo, poi una divisa … Qui il mio cervello comincia ad attivare la sua parte “razionale” e lego istintivamente il bimbo – il bambin Gesù? – all’anziano, che interpreto come il passaggio dalla purezza iniziale del cristianesimo alla sua trasformazione in sistema di potere (lettura che mi verrà confermata dalla successiva doppia apparizione delle tavole della legge, la prima volta bianche, la seconda, dopo la famosa scena della violenza, ormai interamente avvolte dal nero del “male”). A questo punto, l’anziano non si regge più con le sue mani e si aggrappa a degli anelli, mentre entrano in scena due poliziotti (potere ecclesiastico che si trasforma in potere poliziesco?), i quali cominciano a creare una classica scena del crimine, col sangue, le lettere a terra, il metro. Uno di questi si spoglia e si adagia sulla macchia di sangue, finché l’altro comincia a manganellarlo … E le tavole della legge, fin qui bianche, si colorano del sangue dello sventurato. Ora, senza procedere oltre nella descrizione dello spettacolo, ammetto che questa piccola rappresentazione simbolica mi ha fatto sobbalzare più volte sulla sedia, provocando in me rabbia per questa esibizione di banalità. E poi i tuoi amici “critici” pseudo-radicali … Ma come fai a circondarti di questi molluschi? Non ti bastano le mie gambe divaricate? Cosa c’è di più radicale che la mia preziosa fica? Ah, maledetto! Comunque, per verificare le mie impressioni, mi sono presa la briga di leggermi i tuoi amichetti, finché mi sono imbattuta in tale Andrea Porcheddu. L’inizio delal sua recensione mi ha scioccato: la scena del pestaggio, dice costui, “«fa pensare». O meglio: fa ricordare. Ricordare Genova, ad esempio, o Guantamano o, indietro con la memoria, via Tasso o i garage cileni di Pinochet. Polizia che picchia, insomma: potere che si fa violenza”. Ma come, non si è accorto, questo critico illuminato, che il malmenato è entrato in scena vestito da poliziotto? Che c’entra con quella divisa chi è stato massacrato a Genova o in Cile? Ma davvero è così difficile accendere il cervello? Caro Luca, la questione è delicata. Anche se ogni interpretazione è possibile, io credo che un critico abbia il dovere di verificare la rispondenza tra ciò che scrive e ciò che ha visto e, soprattutto quando tira in ballo anche la relazione con un fatto esterno alla scena, credo che non possa esimersi dal misurare rigorosamente i fatti stessi nel loro svolgimento reale, uscendo dalle descrizioni giornalistiche che spesso sono falsificanti. Se poi veramente, con quella scena, quelli della Raffaello volevano far scattare questa associazione, magari suggerendo una segreta somiglianza tra manifestante malmenato e poliziotto, allora davvero confermo ogni giudizio negativo che ho sempre dato su di loro … Ma di ciò non potremmo mai avere verifica, essendo il loro spettacolo aperto ad ogni interpretazione, dunque, per sua intima natura, inspiegabile … Domani parto, Luca, una settimana. Se vuoi, mi trovi al cellulare. Mi manchi. La mia fica è vuota senza il tuo assedio.

Intervista con la clitoride

February 18, 2006

Mi ingaggiano per un servizio fotografico, la scorsa estate. Baia di Chia, una quarantina di chilometri da Cagliari. Devo posare seminuda, in costume, appena velata, per un settimanale; sarò il contorno visivo di racconti erotici scritti da autori già affermati. Il set è la scogliera. Alloggio in un villaggio turistico. Dalla finestra, appena al di là di una fila di pini marittimi, il mare e il suo frastuono. Tra una pausa e l’altra delle foto, una delle autrici, che è anche quella che cura tutto il servizio, venendo a conoscenza della mia esperienza, decide di intervistarmi. È una bella donna, sulla quarantina. Ha gambe robuste, seno discreto; ha l’abitudine di girare con una veste indiana trasparente, da cui si scorge il ciuffo biondo del suo sesso. Oscena o sensuale? Recita una parte … L’intervista si svolge sotto un pergolato, nella spiaggia. Immancabili Martini, registratore, quotidiani, l’ultimo numero del settimanale, provini delle foto fatte sin qui … Come mai non vuoi comparire col tuo vero nome? – comincia lei. Per evitare l’assedio – rispondo io. Quali esperienze hai avuto? Il tuo tono – faccio io – mi sembra che chieda quali peccati ho commesso … Scusa – fa lei – sono le tracce di modelli culturali che credevo di aver superato. Si alza, si asciuga il sudore, beve. È lasciva, ma non oscena. Che cos’è il sesso? Chiede improvvisa. È un insieme solidale – rispondo meccanicamente. Una esplorazione ardente – un segreto pubblico. Non esagerare – dice. Hai visto le tue foto? È tutto così moderato. È la moda del giorno: erotismo controllato. In fondo anche il confessore più tradizionalista lo approverebbe. Una tentazione senza peccato; orribile, non credi? Sì, orribile – faccio io. Ci siamo messe a ridere insieme. Lei ha cominciato a recitare, passandosi le mani dappertutto, con fare peccaminoso. Solo l’erotismo scatenato può darmi piacere. Copula estrema o non estrema? Questo è il problema. Dormire? Le palle: scopare! Sognare, sognare il maggior significato possibile: un cazzo, cento cazzi, una lingua che ottenga il massimo dal mio corpo. Ora è tutto un tripudio di risate. Lei si toglie la veste e accenna dei passi di danza sulla sabbia; comincia a girare su se stessa, gira, gira, gira e crolla a terra. Non recitava, era ubriaca. La sollevo e la accompagno nella sua stanza. Continueremo l’intervista domani – fa lei. Non ti preoccupare – dico io – abbiamo tempo. Ora è sdraiata sul letto, con gli occhi socchiusi, quasi incosciente. Accarezzale il seno – mi dico. Coraggio, Irene, bacia il capezzolo, succhialo delicatamente. Lecca, lecca, si vede che brama di essere leccata. Il dito, passale il dito sul sesso, vedrai, è già bagnata. Soddisfa la sua voracità. I capezzoli sono turgidi, ora. Prendili tra le labbra … Lei si alza, intorpidita; tira su il lenzuolo, coprendosi con pudore. Oh, mio dio! – esclama – scusami, devo avere esagerato con il Martini. Senti – aggiunge – mi faccio una doccia e continuiamo l’intervista, aspettami qui. Che cos’è che ti ha spinto a fare l’attrice porno? – grida dal bagno. Non risposi. Ti invidio – disse ancora lei, urlando. Invidio il tuo corpo, e la tua calma. Continuavo la mia mutezza. Una colata di desiderio mi stava facendo sussultare … Lei uscì dalla doccia e mi venne incontro; lasciò cadere l’accappatoio e si mostrò nuda. Palpitavo. Senza dire niente mi prese la clitoride tra le dita, restando in piedi davanti a me. Com’è rigido – disse. Senti il mio. Era splendidamente eretto; anche lei colava. Restammo lì, in piedi, per dieci minuti, guardandoci intensamente negli occhi e muovendo reciprocamente le dita, senza mai penetrarci, delicatamente titillandoci a vicenda … Un delirio, un piacere esagerato …

Un canto discreto

February 17, 2006

Qui scrivo, nel mondo delle strade disciplinate. Qui mi faccio attraversare, quando capita. Qui il mio solco aspetta la dolce irruzione, la sua corona di spine, il suo sacrificio. Il mio giglio dal profumo dolciastro aspetta lo stordimento. Sono incandescente, come una vera puttana, come una cagna; la regina delle cagne (Pentesilea?). Chi mi sfonda, stasera? Chi ripulisce la mia voglia? Achille, cosa aspetti? Il mio corpo è vulnerabile. La bellezza, la giovinezza, la verginità di Pentesilea, la più insaziabile delle amanti, è tutta per te. Pentesilea, sublime regina, la donna più radiosa. Respingi il mio strepito? Ah, e così sia. Mi rifugio in un lungo poema. Qui, senza preghiera e senza patema. Da tutti gli orifizi del mio corpo esce l’eros osceno della parola, escono vibrazioni, fiati illimitati, gridi pregiati. La mia pelle ha milioni di note: oggi conosco solo il desiderio di modulare un lungo canto. Il canto discreto della passione.

Frammento autobiografico

February 17, 2006

Ricordare, ricordare … Sei lì, con quel poco che ti resta, aspettando Luca, e ti metti a ricordare. Quando, a sei anni, sei entrata per la prima volta in una scuola e, piangendo, hai desiderato di fare esplodere tutto – una kamikaze antelitteram. O quella volta che hai spedito a tua madre, chiusa in una busta da lettera, una piccola viscida serpe, e come hai riso al suo spavento. O a dieci anni, quando un ragazzino più grande, nel buio di una camerata, durante una colonia estiva, ti ha baciato con la lingua, quella prima volta così focosa, e dove tu, per lo spavento, hai sognato di mangiargliela, di morderla con forza, di strappargliela quella fottuta lingua, e di come questo ricordo ti ha accompagnato per tutta la vita, tutte le volte che avresti poi baciato o scopato un uomo, perché in fondo quella notte volevi dormire, e non te ne fregava un cazzo di passare il tempo ad assaporare la saliva di quel ragazzino, per di più racchio … A tredici anni passavo il tempo ad esercitarmi con la fionda; ero un maschiaccio. E poi le ragazzine le odiavo, con quelle loro Barby tutte carine. Ecco, quelle sì che me le sarei fottute, le loro Barby. E mi esercitavo con la fionda. Miravo ai vetri delle finestre dei miei vicini di casa, e spesso li centravo. Nessuno mi ha mai scoperta. L’ho sempre fatta franca. O quella volta che a 16 anni ho partecipato alla mia prima orgia. Grandiosa. Non capivo niente; ma era grandiosa. Un casino di gente dappertutto, i divani, i sottoscala, tutti giovani, come me, o forse solo un tantino più grandi, 18-20 anni. Mi chiedevo se quel cosino che i maschi hanno tra le gambe è sempre così in tiro, con la testa lucida che neanche l’auto di papà … Un paio di massaggi, e quel coso sprizzava; un getto sordo, un liquido appiccicoso. Di quella prima scopata collettiva ricordo solo che mi sono messa a ridere, scopavo con chiunque e non capivo cosa stavo facendo, finché sono uscita dalla casa completamente nuda e mi sono messa a correre per le strade del quartiere, fino a quando, dopo credo mezz’ora di corsa continua, mi sono ritrovata in mezzo a una parata di hare krisna. Avete presente, quelle strane persone vestite di arancione che se ne vanno per le strade cantando una canzone idiota? Io completamente nuda, e questi, come se nulla fosse, ballavano e cantavano per le strade senza restare impietriti dalla mia stupefacente bellezza. Questa visione me la sono portata dietro per un po’, e ha influenzato il mio giudizio su quel fenomeno cacoso che è poi scoppiato qualche anno dopo, la new age. Gente che canta e che balla e che cerca una felicità eterea mentre intorno tutto è morte e distruzione; e senza neanche riuscire a cogliere la bellezza conturbante del mio corpicino di sedicenne. Gente di merda. Con quelle loro musiche melense – che mi sono sempre chiesta come cazzo si faccia ad ascoltarle. Una nenia senza movimento, piatta. Ma se ascolto una cosa del genere mi vengono i nervi e uccido qualcuno, altro che pace dei sensi! Non li avrei uccisi, questo no. Li avrei chiusi una settimana intera in una stanza buia e sparato a tutto volume, che so? i Naked City, ecco, quel casino orchestrato da John Zorn e dalla voce splendida di Yamatsuka Eye, magari tutto Torture garden, hardcore-jazz da infarto … Insomma, musica violentissima fatta con estrema perizia, o Guts of a virgin dei Painkiller … Non lo so, qualsiasi cosa che potesse rieducarli. Guardate, ne sono convinta: dopo quella settimana avrebbero cominciato a squartare le loro fidanzate noiose, ne avrebbero steso la pelle al sole e poi ne avrebbero ricavato degli ottimi gilé da indossare il giorno della festa. La terra sarebbe più libera, davvero. Provate, poi mi dite … Avrete sicuramente un amico o un’amica che ha simpatia per la new age. Invitatela a casa vostra, proponetegli un piatto di loro gradimento, quelle cose immangiabili alla soia, insomma, qualcosa … Be’ avete capito, ‘na schifezza naturalista qualsiasi. Poi, a metà serata, ditegli che in realtà gli avete offerto cacca di cane fritta mischiata ad hamburger di MacDonalds, e quando comincerà a vomitare andate allo stereo e mettete la musica, ad altissimo volume. Quindi vi spogliate e cominciate a ballare sul suo vomito, nudi, completamente nudi. Ricordatevi però, prima di tutto, di sistemare con cura una telecamera in modo che il vostro ospite non la veda, e ovviamente di farla partire , per riprendere le sue reazioni. Nel bel mezzo della danza, fate in modo che piombi in casa vostra un vecchio settantenne, ovviamente anche nudo e col cazzo lungo trenta centimetri, e fatevi scopare davanti al vostro ospite, con foga. È facile che il vecchio ci resti secco, ma questo semplifica il procedimento di salvazione. A questo punto, morto il vecchio per eccesso di desiderio, prendete un coltellaccio da cucina e avvicinatevi verso il vostro ospite, prendetelo per mano e accompagnatelo alla porta … Be’, vi garantisco che la smetterà di ascoltare quella musica senza senso e di pensare positivo. Comincerà a porsi domande sull’esistenza, su quella vera, fatta di vita di merda e di stenti, di violenza e di umanità varia …

Vertigine goduriosa

February 16, 2006

Guardarmi allo specchio, bastarmi. Mi nutro di me. Sei stato il mio tirocinio; ora sono una nuvola senza il suo temporale. Volo attraversando un arcipelago fosforescente di stelle; domino la rugiada, la marea, la melma. Mi ostino, col pianto, a irrogare i verdi campi e le fragole. Ma il vento, presto, farà di me un ricordo. Dov’è la mia origine? Laggiù, tra le oche, dove arde la tirannia, in una grotta gelata. Oggi sono nata; la mia pelle è di latte; il sangue del cordone mi bagna ancora le cosce. La grotta è gelida; fuori l’eco delle festa e della follia, gli applausi non sono per me. Questa lingua di fango è mia; e il corpo e la sua agonia. Non c’è madonna, non c’è falegname; al centro del fragore c’è il mio nuovo inizio, c’è questo strano respiro, il mio groviglio. Le pietre, gli astri, il freddo, il piscio caldo, l’ano ingordo, vertigine goduriosa: sono nel mondo, mi dico. Luca, dove sei? Perché non sei qui accanto a me? Hai fatto le valige? È per sempre? C’è un prima e un dopo; c’è un annuncio che non ascolto – non mi riguarda – e c’è un luogo dove la parola viene dopo, solo dopo l’arrendersi del corpo alla natura. Tu non ci sei comunque, né prima né dopo, né in voce né in materia – né ritmo né significato. Quando stringevo tra le mani il tuo frutto maturo, ascendevo alle immense distese della perfezione; la brina che schizzavi era la mia profezia, e tutto acquisiva senso. Ma – maledizione! – hai alzato le vele e trovato venti propizi; m’hai lasciata col calice ricolmo e tracce di morte; m’hai lasciata nell’ombra d’un dolore senza fine. Questo vibratore è il mio destino. Me lo infilo tra le cosce, lo muovo dall’alto in basso, urlo; e piango a lungo. Ma almeno mi apro ad un’altra dimensione: esco dalla fiaba, entro nella poesia. Larva di fuoco, rinasco. Dalle mie viscere sorge un canto di voluttà solitaria: esaltante ferita.

Elevazione spirituale

February 16, 2006

Un corpo fra i corpi, ma il mio corpo / è tra i corpi il migliore in tutto fertile / oltre che disposto ad essere generato / ancora e sempre aperto. / Libidine e lussuria l’unica poetica / il motore primo. Unico diletto / la copula col fiato corto / in maniera davvero indecente. / Una danza audace. Ho il sesso / più bello del mondo, bisognoso / di carezze infinite, dolce / come granturco, tra le cosce / o nel petto faccio rizzare ogni castità / straziata dal piacere lo sperma / che schizza è linfa d’amore, / è il mio dolore. 

Solo ricordo

February 16, 2006

Sono evasa dal carcere della notte e ho smesso di seguire le tue orme. Sventola la tua bandiera; io aprirò la mia burrasca. Questa grotta non sarà mai più il tuo ristoro. Questa è davvero l’ultima mia strofa. Fuggiasca, candidamente spengo la mia luce. Ora questa lacrima mi assomiglia; è il mio roveto, è la mia collera, è la mia rinascita. Il tuo nome è solo un ricordo. Comincia la mia nuova infanzia; e comincia da qui il mio rombo. Ti ho sepolto, ancora, nell’alto dei cieli …

Lettera mai spedita

February 15, 2006

Amatissimo Luca, 

credevo che le tue sciocchezze fossero finite a Genova, due anni fa, al ritorno dalla Sardegna; ma quello era solo il prologo. Più volte ho sperato che fosse finita; mi illudevo ogni volta. Tu continui a non farti sentire, a non lasciarti incantare dal ricordo dei miei interstizi, dai ritmi possibili della copula; non è grave, e non devi scusarti. Io non sono abbastanza severa con me stessa da dimenticarti, e perciò continuo a sognarti; e come tu stesso puoi leggere, io ancora vorrei viverti come corpo erotico, per godere della tua dispersione in gemiti, in ululati alla luna, in fremiti. E però, se io mi cruccio nel pensarti col cazzo irruente e pulsionale dentro il mio corpo affamato, credimi, è solo perché amo di amore immenso le gioie del letto; tu devi credere che il mio cruccio è sconveniente, ma è il mio vizio. E stasera sono sola. Io ti ho amato, ho pianto per te, ti ho confortato, sono scivolata lentamente tra le tue braccia, sbrodolando; tu mi mangiavi, partecipavi con incanto a quei festini d’amore; e mi scuotevi con la tua torcia ardente. Hai fatto tutto diligentemente, parlando, sorridendo, godendo. Poi cominciasti a sfuggirmi; mi scopavi, disprezzandomi. Oh, quanta amarezza in quelle cavalcate! Può essere che tu ti sia accorto che in realtà io non amavo te, ma tutti gli uomini. Eri geloso alla follia. Scopare con te era per me solo un passaggio; io volevo partecipare all’orgia universale, a quel monumentale banchetto dove dietro ogni volto si nascondono tutti i volti, tutta l’istoria e li costumi, le pitture, le battaglie; nel dispiegarsi ritmico – ah, meraviglioso frastuono dei corpi! – dei sessi sublimi, barcollanti, magri, grossi come pali, profondi come oceani, io volevo cogliere l’amore più bello. Tu, niente. Nel tuo desiderio c’era solo il tuo Io disadattato: così ti mostravi inutile a ogni sbattimento totale. E non è questione delle tante compagne che hai avuto, amati o puttane, né delle tue baldorie sbandierate. Intendo che tu non ti innamorasti mai di me come donna: eri cieco nella tua vanità. E ti consolavi col tuo fallo: tu giocavi e puttaneggiavi solo con te stesso; le scelleratezze di cui era capace la mia fica erano per te soltanto uno strumento della tua solitudine. Io ambivo ad un amore totale, dove non eri più il mio servitore né io la tua geisha. Il tuo amore, invece, era un inganno; era un’offerta evanescente; ora è già remoto, inattuale. Eppure, ti aspetto ancora. Sarai per sempre il mio fantasma; o il mio sogno confuso. E non riesco a dimenticare la tua lingua virtuosa, il tuo silenzio, le tue frasi prive di significato. È curioso, più ti penso e più mi faccio paura. Adesso ho voglia di dormire. Delle mie carenze non posso accusare se non me stessa. Dormirò comunque tranquilla, perché so bene che il ricordo delle mie natiche sublimi ti accompagnerà finché avrai vita. 

Luca, vuoi infilzarmi?

February 14, 2006

La festa è finita, Luca, ita-ita, comincia ora il mio abbandono. Ti voglio, per amore, perché non ci sei? Questa mia fica urlante vuole essere trafitta, itta-itta. Sei l’unico, Luca, che può riempire i miei buchi. Batti-batti, Luca, il tuo tempo. Saliva e lascivia, scivola via dalla separazione, torna alla mia riva. Iva-iva, presto, è la mia cavità che te lo chiede, perché tu sei tutto questo: sei una estremità robusta che versa zucchero filato, o una sciarpa di seta che riempie il mio paniere, arpa-arpa melodiosa, ti vorrei a casa mia, ora-ora e ritto-ritto. Sei la mia debolezza, o Luca squisito. O Luca con l’uccello immenso e gioioso, porta quel coso-oso tra i miei brividi, senti come fumo. Il tuo profumo è la mia perdizione, one-one. Vogl’io il tuo getto trasparente, dentro tutto nel bassoventre. Tremo-tremo e ti temo, ma desidero avvolgerti, morderti, prenderti tra le chiappe-appe. Sei la mia disfatta. Sono fatta-fatta d’amore, atta-atta. Vorrei avere cento fori, cento canali da cui farti entrare. Mi logoro le carni a furia di sognare mentre mi sbatti, o Luca maldestro. Vorrei or-ora fustigarti con la lingua elemosinando piacere, ere-ere. Mio sogno crudele, mio sogno perverso, mio sogno terrifico, perché non mi assali veramente? Che cosa aspetti, o Luca abbottonato, sbriciolati tra le mie labbra, abbandonati a questo corpo sfinito, ito-ito. Che c’è di meglio di uno sfinente corpo-a-corpo? 

Per fare chiarezza

February 14, 2006

Svelarsi, togliersi la maschera … E mostrare, al posto del viso, un teschio … Irene? Chi è Irene? Una giovane donna o un capriccio di Goya? Una civetta ironica e minacciosa? Una forma sinuosa, seducente, o una vecchia sdentata con testa di rana? Forse Irene non si chiama Irene; forse il suo vero nome è Shérézade, o Pentesilea, magari Medea. Quanta poca importanza ha il vero volto!

Le con d’Irène è il titolo del miglior poema prodotto dal surrealismo, pubblicato anonimamente, ma dovuto alla penna di Louis Aragon. È dunque tutto svelato fin dal principio. Non è tanto il porno che qui interessa, né il sesso in sé; ciò che muove la mano è sperimentare la scrittura, o meglio: una scrittura capace di fare deragliare – diciamolo così, un po’ enfaticamente, tanto per capirci – “i falsi valori della società”. Qui interessa la pratica di una scrittura eccessiva, perversa (nel senso di Barthes), eccedente (nel senso di Nancy). Ecco, il cruccio di Irene è smerdare l’idea che sostiene gran parte della scrittura contemporanea: uscire dall’auto-referenzialismo – perdere la verginità – per ridare alla parola la sua capacità di eccitarsi profanando un sistema di pensiero imparentato con la barbarie (eccitarsi – scrive Nancy – è portarsi al di fuori, far sprizzare il proprio desiderio nel mondo). Eccedere la norma … In ciò, il sesso costituisce un terreno di assoluta fertilità. Non è l’unico, ovviamente; ma è quello che qui si è scelto. D’altra parte, la scrittura erotica, nel momento in cui dissimula le convenzioni e i divieti, non diventa da subito un atto politico?

Quella di Irene è una maschera, ma solo in parte. Di certo chi qui scrive non si chiama Irene; però è certamente donna. Che abbia avuto un passato di attrice porno è altrettanto vero; è anche vero – a dirla tutta – che la sua frequentazione dell’ambiente è stata marginale: quattro filmetti di poco conto, con circuitazione semiclandestina. Questa esperienza, per di più, risale a cinque anni fa ed è durata non più di due anni. In tutto, volta più volta meno, un centinaio di scopate senza orgasmo, e tutte alquanto tristi. Ma Irene è prima di tutto scrittura. Il suo corpo erotico è quello che c’è prima, è la parte di esperienza – di autobiografia, se si vuole – che fa da sfondo al suo bruciare in parole. Qui però non si trascrive mimeticamente quell’esperienza; semplicemente si vive un’altra esperienza, quella della scrittura, appunto.

La copulazione è legame; come la scrittura …

Il mio sogno

February 13, 2006

Di fronte a questa deriva, di fronte a questo orribile buon senso, di fronte agli imperi e agli dei, disperatamente di fronte al cupo bagliore della storia, e alla ferocia della lingua, di fronte a questa farsa infinita, alla tragedia dello spettacolo consolante, di fronte al rogo dell’intelligenza, di fronte agli intrecci di banche e santità, di fronte a questo abisso di obbedienza, a questa falsa indulgenza, a questa infamia, il mio sogno è ribellarmi alla pace. 

La mia musica

February 13, 2006

La mia storia è questa buca avida. In questo reticolo di tessuti elastici c’è tutto il mio chiarore, il mio delirio, il mio sapere. È grazie a questa terra fertile, a questo terreno perennemente bagnato dalla pioggia, che trovo la forza di elevarmi al di sopra della putrefazione. Io mi trovo qui, nella comunità terribile dove le donne per essere devono essere virili, diventare prigioniere degli stereotipi più retrivi: bambole sexy, mogli-giocattolo, amanti perverse. Perché soffocare l’odore di terra bagnata che emana dalla mia splendida fossa? Bevo l’umidità a mio piacere. E tutta la storia che è qui dentro mi appartiene. Ogni mattina, quando apro gli occhi, prendo uno specchietto e me lo metto davanti. Spazzo via le nebbie e godo della visione. Mi inoltro nel cuore della tenebra luccicante, fin dove quel silenzio così carnoso fa nascere la voce. Mi berrei tutta, senza ritegno, sino ad ubriacarmi. Sì, sola, ogni mattina, davanti al possente sussurro che esce da questa grotta senza uscita. Ecco, io so che si aprirà, magari tra un’ora soltanto, per accogliere un lungo pene, ingaggiando un combattimento senza fine; ma nessun maschio sentirà la musica che produrrà. Quella musica è solo per me.

Sono una donna ebbra e indisciplinata

February 13, 2006

Una settimana fa, Firenze. Stavo facendo colazione in un bar del centro. Gaetano, uomo molto elegante (nero Armani, credo), si fa versare dello champagne in una coppa e la alza brindando alla mia bellezza. Ad un certo punto tira fuori la lingua, la intinge nel liquido d’alta classe e fa il gesto più idiota che un uomo possa fare: un leggero movimento circolare attorno alle labbra. Il contenuto del gesto è semplice: sono corruttibile, cosa aspetti? Sono sposato – disse sedendosi accanto a me. Ma il sacramento del matrimonio si sgretola facilmente – risposi innervosita dalla sua volgarità. Non il mio – aggiunse; sono sposato con Dio. La morte del desiderio – dissi io con cattiveria. Si avvicinò a me con un leggero spostamento della sedia. Il desiderio è una terra inospitale – affermò delicatamente, dopo avermi preso la mano. Sono tenuto, per condizione e per scelta, a disciplinare le pulsioni – aggiunse carezzandomi coi polpastrelli il palmo della mano. E poi – disse ancora – ogni vizio, anche il più liberatorio, mostra solo la nostra fragilità. Ora Padre Gaetano mi stava accarezzando la parte interna del braccio, guardandomi con occhi colmi di libidine. Il peccato è tale solo se consumato – disse. Padre, è fuori strada; io pecco, se fornicare è peccato; potrei enumerare tante di quelle violazioni … Ma la mia legge indica questi atti come virtù. La sua mano era ora sulle mie spalle. E poi lei – aggiunsi un po’ infastidita – non sta soltanto parlando. Ci fu un lungo istante di silenzio. Gaetano mosse leggermente gli occhi, come per sedurmi definitivamente; e mosse di nuovo la mano verso di me. Il cazzo gli prude, padre? Il demonio si è impossessato di lei? Lei, così inflessibile, vorrebbe aprirmi la camicetta e sbavare sui miei piccoli seni? O succhiare i capezzoli? Dica, padre, cosa vuole che faccia? Senta qua – gli presi la mano e la portai fin sotto le mutandine. Qua, padre, questo è il paradiso, questa è l’unica Institutio confessariorum …Io sono sana, padre; lei è malato. Stavo alzando la voce, nell’imbarazzo di Gaetano e dei presenti – che evidentemente lo conoscevano come prete. Non mi trattenevo più. Mi alzai di scatto, sollevandomi la gonna e stracciandomi con gesto plateale le mutande. Guardi, padre, quale cattedrale è meglio di questo fiore? Me ne andai, dopo avergli sputato in faccia. Tre giorni dopo il prete fu arrestato per violenza sessuale nei confronti di una suora. E proprio mentre Papa Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, se la prendeva con “l’eros ebbro e indisciplinato” …  

Rivolta della fica

February 12, 2006

Della mia esperienza di attrice porno ricordo tutto: perversioni, stanchezza, libertà. Ho iniziato a 23 anni, per pagarmi l’università. Poi ci ho preso gusto. Ecco, diciamo che all’inizio il denaro era fondamentale; in seguito, mi piaceva farmi vedere al di là di ogni inibizione. Mi piaceva espormi, dunque; mettermi in scena, autenticare la mia presenza facendo traboccare la parte oscena. Questa esplosione – questa eccedenza della sessualità – non si limitava al set. Thomas, mio regista e secondo marito, mi chiedeva spesso di partecipare a tutta una serie di incontri particolari, il cui unico scopo era far divertire persone probabilmente impotenti (e di sicuro non intelligenti). All’inizio accettavo volentieri – si guadagnava bene; e poi i proci non mi toccavano, si limitavano a guardare mentre tessevo la tela. Nell’ultimo periodo, invece, ormai stanca di quella vita (di aspettare Ulisse?), rifiutavo inviti del genere. Un giorno, dopo avermi ammansito regalandomi una cabriolet grigia, Thomas mi chiese di partecipare ad un evento particolare: dovevo farmi infilare nella vagina una sonda con telecamera, tipo quella che usano i dottori. In un’altra stanza, diversa quindi dalla mia, un gruppo di industriali tedeschi avrebbe guardato tramite un circuito televisivo quanto avveniva all’interno della fica mentre – questa era l’altra condizione – mi masturbavo. Erano curiosi di osservare di quali sommovimenti si nutriva il principale oggetto dei loro desideri nel momento topico dell’orgasmo. Ricordo che subito rimasi perplessa. Ero abituata a fingere, e soprattutto a fingere l’orgasmo. In due anni di esperienza non ho mai avuto un orgasmo vero. In quel caso, invece, la finzione era impossibile. Decisi di accettare. Chissà – mi dicevo – magari scopro qualcosa di nuovo … Arrivai molto presto nella discoteca affittata per l’occasione, per le prove tecniche; mi feci sistemare due monitor di fronte al lettino: uno per vedere anch’io cosa mi accadeva dentro, l’altro per vedere le reazioni degli astanti. I due giovanotti addetti alla strumentazione non credevano ai loro occhi. Abituati a tutt’altro tipo di riprese, gli pareva di essere nel paese delle meraviglie … Alice, stufa delle loro battutacce, li ammutolì mandandogli a quel paese … A sera, dopo cena, cominciarono ad arrivare gli invitati. Una decina di signorotti grassottelli con il gusto del trasgressivo. Si spensero le luci e lo spettacolo cominciò … Dapprima, per riscaldarmi – e per superare un certo imbarazzo – presi a inumidirmi le labbra con le dita bagnate, poi l’eccitazione montò e cominciai a masturbarmi come si deve … Dilatai moltissimo i tempi, incuriosita da ciò che mi rimandavano i monitor … Fino al momento in cui, eccitatatissima, mi lasciai andare … Godevo, godevo come non mai … Tre minuti interminabili di orgasmo, e per di più senza discrezione alcuna … Sentivo uscire dalla mia fica una cascata, un’onda gigantesca di delicatezza, che si abbatteva con furia spaventosa intorno a me seminando piacere e godimento; un terremoto solitario, fatto di eruzioni vulcaniche, di impatti copiosi, di meteoriti improvvise o frane molteplici, inondazione, inondazione, inondazione, alta marea montante, energia che si auto-accresce, alta muraglia di liquidi … Un mostro liquido, assetato di soddisfazione … In quei momenti decisivi lo schermo principale, quello collegato alla sonda che mi penetrava, si oscurò del tutto, come se un doccia di liquidi densi impedisse alla telecamera di riprendere la mia baldoria. Una serie di ululati di disapprovazione giunse dall’altra stanza: ma come – sembrava dicessero – ci sfugge proprio il momento propizio, non controlliamo quel sesso, quel velluto desiderato, quel canale; quel corpus di peli così immondo e così attraente ci sfugge … Ebbene sì: cominciai ad allontanarmi da quella palude… Cominciava da lì la cospirazione della mia fica … 

Grafia del cazzo

February 10, 2006

Questa è solo un’avventura linguistica. Un godimento che non vive di contemplazione, ma nel fuoco dell’eccitazione, nel tremito della sua esaltazione, delle sue oscenità. Così, cerco di disseminare la differenza nelle parole, cerco di rivelare il racconto del corpo – tentazione, desiderio, sguardo, voce. È la mia piccola apocalisse. La forma scopre qualcosa che non era visibile (scrittura del non previsto). Non mi interessa la trasgressione, né il coniugale. Mi interessa che il cazzo meraviglioso che nomino – nudo e crudo, allettante – si sveli per quel che è: colmo di promesse, di ritrosie, di pudori, di irrisioni, di pietà, di seduzione … Cresci, ti prego, a più non posso … Voglio entusiasmarmi di te … Sei il mio scopo, ora m’inarco e ti scopo … Fallo ora col tuo fallo … Se lo metti in bocca si sblocca e sborra e sboccia questo fiore piccolo piccolo … Tocca questo seno e rotola giù nel mio guscio di seta … Tu, o truce cazzo ospitale, disseta la mia parte più antica, la mia fica …

Un colloquio con la passione, bozzetti di scrittura.

Me stessa in sogno

February 10, 2006

Scegli tu il luogo – disse. Se quel luogo esiste – risposi – allora la morte può avere inizio. E la parte migliore di me potrà rinascere in un’altra vita – aggiunse lui spavaldo. E disse ancora: – Sceglierò la morte come atto fondante – queste parole brutali disse l’eroe alla ricerca di gloria eterna. La crepa si era aperta, inesorabilmente; e lui lo sapeva. L’insidiosa crepa … Voglio morire tra le tue braccia – disse ancora Marco. La tua fine, la mia fecondazione – risposi. Poi aggiunsi: sperma straniero, sarai per me sempre un invasore. Il tuo ventre è l’unica mia patria – replicò lui. E poi – proferì ancora – tu vuoi procreare una nuova stirpe. E anch’io lo voglio. Allargai le gambe al mondo e Marco entrò sereno nella mia fossa. Tre giorni durò l’amplesso, finché Marco riuscì a eiaculare. E a morire tra le mie braccia. Mi alzai dal letto asciugandomi il sudore. Senza pudore mi affacciai nuda alla finestra gridando al mondo il mio trionfo. Dalla finestra entrava una luce spettacolare; dovevano essere le undici del mattino. In lontananza le onde farfugliavano le stesse note di sempre. Consumai la doccia e, poco dopo, la colazione. Cominciai a rivestirmi … Venni attraversata da un desiderio inconfessabile … Lo sguardo si accese e mi venne la voglia di fondermi ancora una volta con Marco. Ero sconvolta al solo pensarci. Ma quella tentazione mi accese di follia. Rialzai più volte il lenzuolo con cui avevo coperto il corpo di Marco, mirando il pene che si innalzava come Achille sui cadaveri dei nemici sconfitti. Volevo concedermi ancora una volta, grandiosamente. Sentii il mio corpo combattere contro la proibizione morale che colpisce la necrofilia, ma sentii anche attrazione. Ero tentata di compiere un atto di estrema rottura. E questo atto ultimo sarà il sigillo di un amore straordinario – dissi a voce alta ormai decisa a possedere quel corpo esangue. L’amore si manifesta in questo incontro inconcepibile – aggiunsi a me stessa. Mi tolsi le mutandine e, dopo aver chiuso gli scuri della finestra, e ormai spogliata di ogni orpello morale, mi issai sul suo corpo e mi lanciai in un coito dove il piacere regnava sovrano, insieme alla crudeltà. Sentii le carni sciogliersi, e le tenebre eterne inghiottire ogni luce, e il consorte morto, sempre più irrigidito nel suo cupo silenzio, esaltava la mia foia, finché scoppiai in una risata energica, godendo come non mai. Avevo distrutto ogni legame; riscritto la gerarchia del mondo. Il coito durò tanto, e quando andai a riaprire la finestra il sole era già calato. Le voci lontane dei pescatori segnavano almeno le dieci di sera. Brillavo di luce nuova. Irene, Irene, l’audacia abbagliante di un’aurora

Accesso consentito

February 10, 2006

Entra, ti dico. Questo giglio che pulsa è tutto per te. Ti faccio dono, stasera, di questa rosea carnosità, di questo umido passaggio. Attento però: non c’è via d’uscita. Non potrai più dimenticare la mia ospitalità. E queste labbra commosse che ti hanno accompagnato.

Entra, ti aspetto. La mia vulva sia il tuo deserto, la tua dolce illusione. Amami, malgrado tutto. Qui dentro fermenta la chiarità dell’alba. È un gorgo, questa rosa; è un abbaglio. In questa distesa immensa puoi cogliere un cammino (e una solitudine nuova).

Entra, fai presto. Il mio ventre è un bacio notturno; un inno al dialogo. Al di là di ogni frontiera, ben oltre il tristo spettacolo dei passaporti da esibire. Entra a spron battuto e preparati al pasto. Non c’è traffico, stasera.

Entra, e diffida di questa promessa.